Tempi curiosi quelli che sta vivendo OpenAI. Il successo tecnologico che sta ottenendo negli ultimi anni si scontra con una realtà finanziaria definita da molti analisti come allarmante. Diverse figure di peso del mondo economico hanno infatti acceso i riflettori sulla fragilità del modello di business della società guidata da Sam Altman. Alle valutazioni di diversi utenti anche dopo le scelte recenti e i risultati sempre meno performanti degli ultimi modelli di ChatGPT, si aggiungono pareri più autorevoli che sollevano seri dubbi sulla capacità di OpenAI di sopravvivere nel lungo periodo senza un cambio di rotta strutturale. Una visione estremamente critica ma che dice molto non solo sul possibile futuro di OpenAI.

Cosa sta succedendo in OpenAI

Tra le voci più critiche, c’è quella di George Noble, esperto investitore ed ex gestore di Fidelity (una delle società di investimento più importanti al mondo), che ha descritto l’azienda come un inceneritore di cassa destinato a un possibile collasso. Secondo Noble, OpenAI mostrerebbe oggi tutti i segnali tipici delle realtà industriali destinate a implodere, evidenziando un divario insostenibile tra una valutazione di mercato stimata vicino ai cinquecento miliardi di dollari e una capacità reale di generare profitti. Nella sua analisi, Noble punta il dito contro il rallentamento della crescita degli abbonamenti e una pressione competitiva sempre maggiore (e qualificata). Un quadro che porta Noble a definire il profilo di rischio di OpenAI troppo elevato anche per chi è abituato a muoversi in mercati complessi.

I numeri che circolano negli ambienti finanziari sembrano dare ragione a queste preoccupazioni. Questi numeri descrivono un’azienda in rapida espansione ma segnata da una situazione economica in cui i costi superano di molto i ricavi. Nonostante ricavi in forte crescita, che nel primo semestre del 2025 avrebbero toccato i quattro miliardi di dollari, le perdite operative crescono a un ritmo molto più rapido dei ricavi. Le proiezioni suggeriscono che la società potrebbe bruciare oltre quattordici miliardi solo nel 2026, con un passivo accumulato che potrebbe sfiorare i quarantaquattro miliardi entro il 2029. Per questo c’è chi, come l’analista Sebastian Mallaby del Council on Foreign Relations, ha ipotizzato una crisi di liquidità imminente. L’effetto sarebbe sorprendente. Il rischio, definito concreto, è che OpenAI esaurisca i fondi disponibili entro i prossimi diciotto mesi se non dovessero arrivare nuovi e massicci flussi di capitale esterno.

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All’origine del problema

Un punto cruciale della questione riguarda la logica stessa dello sviluppo tecnologico e il nodo dei costi energetici. Noble sostiene che i benefici ottenuti dai primi miglioramenti dei modelli siano ormai esauriti e che ogni ulteriore passo avanti richieda oggi investimenti infrastrutturali sproporzionati. Per ottenere un raddoppio delle prestazioni è necessario quintuplicare la spesa in energia e potenza di calcolo, portando il settore verso una fase di rendimenti decrescenti. In questo scenario OpenAI appare vulnerabile rispetto a colossi come Google o Meta, i quali possono finanziare la ricerca utilizzando i profitti miliardari derivanti dalle loro attività storiche, mentre per OpenAI dipende quasi esclusivamente dal capitale di rischio e dalle partnership strategiche.

La pressione competitiva esercitata da modelli rivali come Gemini di Google ha spinto i vertici di OpenAI a definire una sorta di codice rosso interno. Per correre ai ripari e diversificare le entrate, OpenAI ha recentemente avviato i test per l’inserimento della pubblicità sulla propria piattaforma. Questa mossa, insieme al lancio di versioni dedicate alle imprese e a nuovi sistemi di commissioni sulle transazioni commerciali effettuate tramite ChatGPT, rappresenta l’ultimo tentativo di rendere sostenibile un ecosistema che richiede investimenti di scala industriale mai visti prima.

Una lezione per tutti

Sono diversi gli aspetti interessanti di questa vicenda. A prescindere da come andrà per OpenAI ci sono diversi elementi su cui ragionare. Innanzitutto che la notorietà di un marchio e di uno strumento – per quanto enorme com’è stato negli scorsi mesi per ChatGPT – non assicura la crescita dell’azienda. In questi mesi c’è chi ha più volte annunciato la fine di Google e di come il colosso di Mountain View sarebbe stato schiacciato da OpenAI. La realtà, a distanza di non molto tempo, sta ora raccontando altro con Google in forte crescita con Gemini. E qui c’è il secondo elemento d’interesse.

Per quanto probabilmente all’inizio OpenAI abbia avuto il merito di differenziarsi e lanciare un prodotto innovativo (tanto che nel linguaggio comune ChatGPT è il termine per definire l’intelligenza artificiale), Google ha alle spalle una solidità enorme. Solidità che le ha permesso non solo di raffinare il suo strumento di intelligenza artificiale (rendendolo verticale in tutti i suoi servizi) ma anche di resistere a una fase iniziale di svantaggio per poi (ancora una volta) sbaragliare la concorrenza. Non si tratta di tessere le lodi di Google, ma di riconoscere come l’entusiasmo intorno a ChatGPT sia stato probabilmente eccessivo. E che, al netto di tutte le legittime valutazioni, le strategie aziendali (soprattutto a questi livelli) si misurano in un arco temporale più ampio.

C’è, infine, la questione della sostenibilità dell’intelligenza artificiale. Quanto sembra stia accadendo con OpenAI non riguarda solamente la società guidata da Sam Altman. Il problema è ancora più evidente considerando la fase attuale nella quale c’è una corsa a conquistare un mercato, quello dell’AI, ancora emergente. Ma per farlo c’è bisogno di investire in innovazione, ma anche nella costruzione di enormi infrastrutture e di avere accesso a risorse energetiche sufficienti per alimentare le potenze di calcolo sempre maggiori dei modelli di intelligenza artificiale. Molto del successo di queste realtà passerà inevitabilmente anche dalla capacità di trovare soluzioni a un problema così complesso ma vitale.