Dietro la corsa all’intelligenza artificiale, fatta di data center sempre più grandi, contratti miliardari e prezzi delle memorie alle stelle, iniziano ad affiorare anche le prime tensioni finanziarie. Oracle si trova ora ad affrontare una class action intentata da un gruppo di obbligazionisti, che accusano l’azienda di non aver comunicato in modo trasparente l’impatto del debito necessario a sostenere i suoi ambiziosi piani infrastrutturali legati all’IA.

La vicenda, riportata da Reuters, fa luce su una delicata combinazione tra finanza, comunicazione agli investitori e grandi scommesse tecnologiche, in particolare quelle legate all’accordo con OpenAI. Facciamo chiarezza.

Offerta

MacBook Air 13'', M4 (2025), 512GB

1149€ invece di 1399€
-18%

La questione del debito e l’accordo con OpenAI

Secondo quanto emerge dai documenti depositati in tribunale, la class action è stata presentata presso una corte statale di New York per conto degli investitori che hanno acquistato 18 miliardi di dollari in note e obbligazioni Oracle emesse il 25 settembre 2025. L’operazione è avvenuta appena due settimane dopo l’annuncio di un contratto quinquennale da 300 miliardi di dollari per fornire capacità di calcolo a OpenAI.

Il punto centrale della contestazione riguarda però ciò che, secondo gli obbligazionisti, non sarebbe stato adeguatamente comunicato: Oracle avrebbe già pianificato di ricorrere a prestiti per 38 miliardi di dollari per finanziare la costruzione di due nuovi data center dedicati proprio al supporto dell’infrastruttura IA necessaria per l’accordo con OpenAI.

Questi data center rappresentano un tassello fondamentale della strategia di Oracle per posizionarsi come fornitore chiave di capacità computazionale per l’IA generativa. Questa pare sia una strategia fortemente voluta dal fondatore e presidente Larry Ellison, che negli ultimi anni ha spinto l’azienda verso investimenti sempre più aggressivi nel cloud e nell’IA.

Le accuse degli obbligazionisti e l’impatto sul mercato

Gli investitori, guidati dall’Ohio Carpenters’ Pension Plan, sostengono che le informazioni contenute nei documenti di offerta fossero “false e fuorvianti”. In particolare, Oracle avrebbe indicato che avrebbe potuto avere bisogno di ulteriore debito, quando in realtà, secondo l’accusa, stava già pianificando di contrarre nuovi prestiti per finanziare l’infrastruttura IA.

Nella denuncia viene riportata anche una valutazione molto netta delle conseguenze di questa scelta sul mercato obbligazionario. Gli obbligazionisti affermano che:

“La reazione del mercato obbligazionario al debito aggiuntivo di Oracle è stata rapida e severa”, con i titoli che hanno perso valore e hanno iniziato a essere scambiati con rendimenti e spread tipici di società con rating più basso, a causa di una percezione di rischio di credito più elevata.

Un dettaglio non da poco è che le obbligazioni Oracle coinvolte avevano già un rating di investimento basso, rendendo il loro valore particolarmente sensibile a qualsiasi aumento del debito percepito come non previsto. A seguito della notizia della class action, anche le azioni Oracle hanno registrato un calo di circa il 5%, un segnale di nervosismo che, pur non incidendo direttamente sugli obbligazionisti, riflette il clima di incertezza intorno alla vicenda.

oracle

Perché questa causa è importante

Il caso Oracle è emblematico di una fase storica in cui le grandi aziende tecnologiche stanno investendo cifre enormi per sostenere l’espansione dell’IA, spesso ricorrendo a livelli di debito mai visti prima e che rientrano in quella serie di elementi enigmatici che fanno gridare alla bolla AI gli analisti più scettici.

Come spiega Reuters, gli obbligazionisti, a differenza degli azionisti, sono creditori poiché prestano capitale in cambio di interessi e rimborso a scadenza, senza partecipare alla gestione aziendale. Per questo, la trasparenza sulle strategie finanziarie è cruciale.

Al momento, Oracle non ha rilasciato commenti ufficiali sulla class action. Ma la vicenda rischia di diventare un precedente osservato con attenzione, soprattutto mentre sempre più colossi tecnologici stringono accordi multimiliardari tra loro (spesso circolari) per infrastrutture IA e cloud. E in un contesto di tassi ancora elevati, il costo del debito potrebbe diventare una variabile sempre meno secondaria a cui queste aziende, prima o poi, potrebbero dover rispondere.