Google, l’idea buona l’aveva avuta. In fondo, con un portatile tante persone fanno cose semplici: navigano, scrivono, leggono email e guardano video. Un computer semplice, potenziato dall’intelligenza artificiale, poteva essere la mossa giusta per cominciare a cambiare il modo in cui interagiamo con un laptop. Alla fine, però, ci siamo ritrovati con Android su un portatile, senza tutto quello che ci era stato promesso. Ecco la recensione di Lenovo Googlebook 15: abbiamo parecchie cose da dire e, purtroppo, non sono tutte buone.

Riproduci il video: FARE PEGGIO era IMPOSSIBILE eppure è UNA… GOOGLEBOOK…

Lenovo il suo lavoro l’ha fatto

Recensione Lenovo Googlebook 15: Gemini non vuole ascoltare, promesse tradite 1

Partiamo da qui, perché sarebbe ingiusto scaricare su Lenovo le responsabilità dell’intero progetto. Il Googlebook 15 si presenta bene con un design sobrio, finiture curate e una qualità che si sente appena lo prendiamo in mano. La parte superiore è in lega di magnesio e alluminio, la base in un composito rinforzato con fibra di carbonio. Poi c’è il trattamento silk-touch, quella superficie morbida e piacevole che dalle foto si capisce poco, ma nell’uso quotidiano fa la sua parte.

È un 15,3 pollici, pesa circa 1,29 kg ed è spesso intorno ai 16 millimetri: considerando anche la batteria da 70 Wh, si porta in giro volentieri. La sensazione è quella di un notebook premium, non di un Chromebook economico al quale è stata messa una scocca più elegante.

Per farsi riconoscere ha anche la Glowbar sul retro del coperchio, una barra luminosa che accompagna alcune interazioni con Gemini. È carina, dà personalità al computer e almeno rompe un po’ la monotonia di tanti portatili. Poi, però, si scopre che le personalizzazioni sono poche e che nell’utilizzo cambia ben poco. Passata la curiosità, resta una luce. Bella, ma a questo prezzo avremmo preferito qualcosa di più utile.

Glowbar sul coperchio del Lenovo Googlebook 15

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Si scrive bene. Poi si comincia a scorrere

La tastiera è una delle cose migliori di questo Lenovo. La corsa è ben calibrata, la risposta precisa e il feedback piacevole anche quando si scrive a lungo. Sono curati persino la forma dei tasti e il carattere delle legende. Non bisogna litigare con la disposizione e la retroilluminazione permette di continuare a lavorare anche con poca luce. Insomma, qui ci siamo.

Anche il trackpad, preso da solo, avrebbe tutto quello che serve: superficie ampia in vetro, piacevole al tatto, e feedback aptico convincente. Abbiamo però dovuto mettere mano a sensibilità e scorrimento per trovare un comportamento soddisfacente. Ed è proprio scorrendo le pagine che iniziano a emergere le stranezze di Googlebook OS.

Con un display a 120 Hz ci aspetteremmo una bella fluidità, invece usando il trackpad la sensazione è meno convincente. Tocchiamo lo schermo e improvvisamente lo scorrimento migliora. Trackpad e touchscreen sembrano andare a due velocità, come se con il trackpad gli fps non fossero sincorinizzati con gli Hz . La differenza si sente e finisce per penalizzare un componente che dal punto di vista hardware sarebbe riuscito.

Dettaglio della tastiera del Lenovo Googlebook 15

L’OLED rimette le cose a posto

Display OLED del Lenovo Googlebook 15

Per fortuna basta guardare il display per ritrovare un motivo di soddisfazione. Lenovo ha scelto un OLED da 15,3 pollici a 120 Hz, con risoluzione 2880 × 1800 pixel, formato 16:10, copertura DCI-P3 del 100% e luminosità dichiarata di 500 nit. È anche touch: su un portatile non lo considero indispensabile, ma con un sistema che arriva da Android ha una sua logica.

I neri sono profondi, il contrasto elevato e i colori piacevoli. La definizione c’è e lo spazio per lavorare con più contenuti anche; per navigare o guardare un video è uno schermo che si apprezza. Abbiamo notato una leggerissima granulosità su alcuni sfondi uniformi, nulla che rovini l’esperienza. E il fatto che con il touch sia fluido fa pensare che il problema descritto prima vada cercato nella gestione software, più che nel pannello.

Si fa ascoltare volentieri anche l’audio, con quattro altoparlanti, due woofer e due tweeter da 2 W ciascuno, e supporto Dolby Atmos. Non aspettatevi una profondità sorprendente, ma per musica e video va bene. La webcam da 5 megapixel, invece, si ferma alla sufficienza: per le videochiamate basta, senza distinguersi. Comodi il riconoscimento facciale e il lettore d’impronte, che almeno rendono rapido l’accesso.

La potenza c’è, lo spazio un po’ meno

Recensione Lenovo Googlebook 15: Gemini non vuole ascoltare, promesse tradite 2

Sotto la scocca troviamo un Intel Core Ultra 5 325 Panther Lake, con 8 core e 8 thread: 4 Performance Core e 4 Low Power Efficient Core, frequenze fino a 4,5 GHz e NPU da 47 TOPS. La grafica integrata è più semplice rispetto alle soluzioni Arc delle varianti superiori, ma per quello che questo sistema ci permette di fare la potenza non è il problema.

Il computer è reattivo, le applicazioni comuni girano bene e l’efficienza convince. Certo, qui non abbiamo la stessa scelta di programmi e carichi professionali di Windows, quindi anche le possibilità di mettere davvero alla prova il processore sono ridotte. Prima ancora di chiederci quanto vada forte, bisogna capire che cosa possiamo farci.

Fa un certo effetto vedere Google portare su Intel x86 un ecosistema cresciuto soprattutto su ARM, mentre altrove si percorre anche la strada opposta. Le app Android possono richiedere traduzione e, soprattutto con giochi e software graficamente complessi, compatibilità e ottimizzazione contano: avere l’hardware non significa necessariamente riuscire a sfruttarlo tutto.

Ci sono 16 GB di RAM LPDDR5X a 7467 MT/s, saldata e non espandibile, e un SSD PCIe 4.0 da appena 256 GB. La RAM basta per l’uso comune, anche se pensando all’IA in locale non è particolarmente generosa. Sull’archiviazione, invece, c’è poco da girarci intorno: 256 GB su un notebook premium sono pochi. Google punta su Drive e sul cloud, va bene, ma quello che conviene a Google non è detto che convenga anche a chi compra. Almeno sulle porte non dobbiamo fare rinunce: due Thunderbolt 4, USB-A, HDMI, jack da 3,5 millimetri e Wi-Fi 7. Per periferiche e monitor esterni la dotazione c’è. Ancora una volta, Lenovo ha messo insieme una base interessante. È quando arriviamo al software che il discorso cambia.

Googlebook OS, ma dov’è il salto?

Recensione Lenovo Googlebook 15: Gemini non vuole ascoltare, promesse tradite 3

L’idea era mettere insieme il mondo desktop di ChromeOS, le applicazioni Android e Gemini Intelligence. Sulla carta Google aveva tutte le carte per provarci. Nell’uso, però, rimane la sensazione di un prodotto arrivato troppo presto, prima che i suoi pezzi riuscissero davvero a fare la differenza.

Non fraintendiamoci: possiamo navigare con Chrome, installare app dal Play Store, gestire finestre e usare più programmi contemporaneamente. L’interfaccia è sufficientemente curata e il sistema risponde bene. Per email, documenti e multimedia può bastare. Ma quanto c’è di davvero nuovo rispetto a un Chromebook o a un tablet Android?

Alcune app sfruttano bene lo schermo grande, altre sembrano semplicemente quelle del telefono messe in una finestra. E una finestra, da sola, non trasforma un’app mobile in un programma desktop completo. Appena ci servono strumenti professionali o software specifici, Windows e macOS offrono più libertà.

Ci sono anche un ambiente Linux e strumenti di sviluppo come Antigravity, che allargano le possibilità. Non basta però citarli per ritrovarsi automaticamente con la versatilità di un sistema tradizionale. Qualche compromesso lo avremmo accettato, magari a un prezzo particolarmente interessante o in cambio di un’IA davvero diversa. Ed è proprio lì che le aspettative si scontrano con la prova.

Gemini, la cartella me la crei o me la spieghi?

Gemini e selezione dei contenuti sullo schermo del Lenovo Googlebook 15

Gemini dovrebbe essere il motivo per scegliere un Googlebook. Non soltanto un chatbot comodo da aprire, ma un assistente dentro il sistema, capace di capire cosa stiamo facendo e darci una mano. Qualcosa di interessante c’è: Magic Pointer richiama Gemini dal puntatore e permette di interagire con i contenuti sullo schermo; Rambler prende una dettatura anche poco ordinata e la trasforma in testo strutturato, con supporto all’italiano.

Poi troviamo Create My Widget, per generare widget attraverso richieste in linguaggio naturale. Simpatico, peccato che durante la prova non fosse disponibile in Italia. Tra lingue e mercati, insomma, l’esperienza non è sempre quella che ci si immagina guardando le presentazioni.

Il punto, però, è un altro. Abbiamo chiesto a Gemini di creare cartelle, spostare file e organizzare contenuti. In diversi casi ci siamo ritrovati con le istruzioni per farlo a mano. Ma se chiedo di creare una cartella, non voglio il tutorial: voglio che, con le autorizzazioni necessarie, quella cartella venga creata. Altrimenti cosa cambia rispetto a usare Gemini su un qualsiasi altro computer?

Strumenti come Codex e Claude Code ci hanno già mostrato assistenti capaci di lavorare sui file ed eseguire operazioni concrete. Da Google, che controlla tutto l’ecosistema Android, era lecito aspettarsi almeno un passo deciso in quella direzione. Qui l’integrazione si ferma ancora troppo presto.

Antigravity permette di affrontare attività più complesse, soprattutto nello sviluppo, ma non diventa per questo un assistente universale per il computer. Nella nostra esperienza alcune operazioni sono state lente e non sempre hanno restituito il risultato sperato. Le funzioni utili ci sono ma manca quella capacità di agire che dovrebbe dare senso a un portatile costruito attorno all’intelligenza artificiale.

Se c’è un terreno sul quale Google poteva far valere il proprio vantaggio, è il rapporto con gli smartphone Android. Pensiamo a quanto conta la continuità tra iPhone e Mac: qui l’occasione per costruire qualcosa di convincente c’era tutta. Cast My Apps promette di portare sul notebook le applicazioni del telefono, così da interagire con i contenuti senza trasferire tutto. Durante la prova, però, non siamo riusciti a farlo funzionare correttamente con diversi smartphone Android, compresi Samsung Galaxy aggiornati che ritenevamo compatibili.

Una precisazione va fatta: non avevamo un Pixel, quindi non possiamo dire come si comporti con i telefoni Google, né escludere che altre configurazioni vadano meglio. Per noi, però, una delle funzioni più interessanti è rimasta sulla carta. Sommando questo alle app poco adatte al desktop e ai limiti di Gemini, diventa difficile trovare il vantaggio che dovrebbe farci scegliere questa piattaforma.

La batteria da 70 Wh ci ha permesso di arrivare a circa 10 ore di utilizzo leggero. Una giornata di attività comuni si affronta, quindi, senza particolari ansie. Non è un risultato straordinario per un sistema relativamente leggero, concentrato su app Android e servizi online, ma considerando l’OLED da 15,3 pollici rimane soddisfacente.

Anche il calore non ci ha dato problemi nell’uso quotidiano: la scocca resta generalmente piacevole al contatto e il Core Ultra 5 325 si dimostra efficiente. Questo non significa aver verificato ogni comportamento sotto carichi sostenuti, per i quali servirebbero prove specifiche. La scelta più limitata di software riduce anche gli scenari rappresentativi con cui approfondire prestazioni e dissipazione. In ogni caso, nell’uso comune non è il calore a frenare questo Lenovo.

Bene Lenovo ma il Googlebook è impossibile da consigliare

Lenovo Googlebook 15 aperto, vista frontale

Ed eccoci al punto: il Googlebook 15 ha un bel display, una buona tastiera, materiali curati, audio convincente e un processore efficiente. I 256 GB stonano, ma la macchina costruita da Lenovo ci piace. È Googlebook OS a non essere all’altezza delle ambizioni del progetto.

Con i circa 1.550 euro della configurazione italiana, il peso delle rinunce diventa difficile da ignorare. Nel mondo Windows troviamo alternative valide e un ecosistema software molto più completo. Anche il confronto con MacBook Neo lascia questa sensazione: il Lenovo può avere alcune caratteristiche hardware superiori, ma macOS permette di accompagnare l’utente in molte più attività.

Gli aggiornamenti potranno migliorarlo, certo. Ma oggi compriamo quello che c’è, non quello che forse arriverà. Per questo facciamo fatica a consigliarlo persino a chi usa ogni giorno Android e i servizi Google. Lenovo il suo lavoro l’ha fatto. Adesso è Google che deve dimostrare perché dovremmo volere un Googlebook. Non sarà semplice, conoscendo lo storico di Google.