L’idea è semplice e al tempo stesso rivoluzionaria: il corpo diventa un segnale operativo e la tecnologia reagisce senza che l’utente debba intervenire. È la direzione suggerita dal nuovo brevetto legato a Oura Ring, il più famoso degli smart ring, che descrive un sistema capace di utilizzare i dati biometrici raccolti dall’anello intelligente per controllare automaticamente dispositivi esterni e ambienti digitali.
Non si parla quindi di nuove funzioni di monitoraggio, ma di un nuovo modo di interpretare i dati fisiologici. Questi ultimi non servono solo a produrre report sul sonno, sullo stress o su altri parametri vitali, ma diventano dei trigger automatici per azioni concrete, come modificare le luci, la temperatura o interagire con dispositivi domestici.
Il meccanismo è strutturato in tre fasi. Prima lo smart ring raccoglie i dati come frequenza cardiaca, variabilità del battito, temperatura cutanea e movimento, poi un software interpreta questi segnali e li traduce in uno stato fisico o emotivo. Infine, quando quello stato viene riconosciuto, il sistema può inviare una serie di comandi ai dispositivi esterni per cambiare il loro comportamento.
Il passaggio cruciale è proprio questo: non più timer, comandi vocali o pulsanti per controllare la tecnologia, il comando diventa lo stato del proprio corpo. La fisiologia trasforma completamente il linguaggio operativo. La direzione appare coerente con l’attuale evoluzione dei dispositivi indossabili, sempre più piccoli e discreti e capaci di raccogliere dati in modo continuativo per trasformarli in informazioni utili. Ora l’obiettivo è fare un ulteriore passo in avanti, passando dalla lettura alla reazione.
Nel caso dello smart ring Oura, la strategia appare chiara. Spostare il dispositivo da semplice tracker della salute a interfaccia invisibile per l’automazione personale, capace di interagire con l’ambiente senza bisogni di schermi o di avere applicazioni aperte. Un approccio che ben si adatta a un settore in costante trasformazione, con gli indossabili che mirano a diventare il punto di collegamento tra la persona e il mondo digitale che li circonda.
La nuova frontiera del computing personale
Gli esempi illustrati nel brevetto partono da situazioni quotidiane. Nel momento in cui l’utente di addormenta, ad esempio, è possibile abbassare luci, o cambiarne tonalità, e spegnere la TV. Il risveglio può invece attivare il percorso inverso, accendendo le luci, magari in maniera progressiva, e regolando la casa: termostati, tapparelle, macchina del caffè, luci e molto altro. È una forma di automazione domestica basata sullo stato della persona, non su una rigida programmazione oraria.
Il sonno è il terreno più naturale per sfruttare al meglio il nuovo sistema, visto che i segnali sono già relativamente chiari, ma le possibilità sono decisamente molte di più. È infatti possibile riconoscere lo stress e attivare una musica rilassante, ma anche rilevare attività fisica, rilassamento o recupero e attivare determinate azioni coerenti con ciascuna condizione.
Uno degli scenari ipotizzati è quello della sicurezza, con i dispositivi che vengono spenti quando l’utente si addormenta, per evitare qualsiasi rischio, ma anche chiusura automatica della serratura all’ingresso o attivazione di sensori di intrusione. Una serie di funzioni proattive, che si adattano allo stato fisico della persona.
Il brevetto prende in considerazione anche la fase successiva all’allenamento, indicando che l’indossabile sarà capace di riconoscere lo sforzo attivando delle funzioni pensate per agevolare il recupero, preparando ambienti o modificando la temperatura delle stanze. Tutto questo però sempre con il controllo dell’utente, non siamo di fronte all’idea di un sistema completamente autonomo. Sarà l’utente a scegliere, attraverso una interfaccia grafica, i comportamenti da tenere in base a ciascuna situazione. Le regole verranno poi memorizzate e riutilizzate in maniera contestuale.
In un mercato che vede gli smart ring emergere per la propria discrezione, essendo meno invasivi rispetto, ad esempio, agli smartwatch, un sistema di questo tipo rappresenta una naturale evoluzione, che ovviamente porrà nuovi quesiti. In particolare diventa evidente il peso della privacy dei dati corporei così come l’affidabilità degli algoritmi demandati alla loro interpretazione.
Per il momento siamo solo di fronte a un brevetto ma il segnale lanciato da Oura è molto chiaro: un futuro in cui l’anello intelligente diventa uno strumento che agisce in base alle risposte del nostro corpo. E nell’ottica di una tecnologia più invisibile e meno invasiva, questo non può che essere un bene.
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