I dettagli, si dice, fanno la differenza, e per chi è attento al risparmio energetico vale la pena affrontare il cosiddetto tema del vampire power. Di cosa si tratta? Sostanzialmente di tutta quella corrente che i dispositivi elettronici continuano ad assorbire anche quando non vengono utilizzati (display del forno a microonde, LED della TV, eccetera). I caricabatterie per gli smartphone (da tavolo e da parete o wireless) sono tra gli esempi più diffusi. Restano attaccati alle prese di corrente sul comodino, sulla scrivania, in cucina, spesso senza nessun dispositivo collegato. È una questione di praticità: meglio collegare solo il dispositivo che attaccare se staccare ogni volta la presa dal muro. Ma la domanda che in molti si pongono è se questa abitudine abbia un impatto reale sulla bolletta, e cosa si possa fare al riguardo. La risposta è sì, i caricabatterie inutilizzati attaccati alle prese di corrente consumano energia. Ma vale la pena capire in che misura, e cosa sta cambiando da questo punto di vista.
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Perché un caricatore inattivo consuma energia
Un caricatore non è un semplice cavo passivo. Al suo interno si trovano un trasformatore e una serie di componenti elettronici che rimangono parzialmente attivi finché l’alimentatore è collegato alla rete, pronti a erogare corrente nel momento in cui uno smartphone (ma anche un tablet, una console o qualsiasi altro dispositivo) viene collegato. Per mantenere questa prontezza, il circuito interno necessita di una piccola quantità di energia continua, comunemente definita “standby power” o, con un’espressione più colorita diffusa nei paesi anglosassoni, “vampire power”.
Il consumo di un singolo caricatore inattivo è di circa 0,1 e 0,5 watt. Poco, ma c’è. Ma un altro dato è forse più interessante se confrontato con le abitudini di molti utenti. Uno smartphone completamente carico ma ancora collegato all’alimentatore, infatti, consuma di più del semplice caricatore attaccato alla presa di corrente.
Quanto incide sulla bolletta
Ma questi consumi, per quanto minimi ma prolungati nel tempo, che impatto hanno dal punto di vista reale? Un singolo caricabatterie lasciato costantemente collegato alla presa di corrente pesa al massimo qualche euro l’anno. Una cifra di per sé trascurabile se presa singolarmente. Il problema, come sempre, è la somma. Una casa moderna può avere facilmente una decina di caricatori tra smartphone, tablet, console portatili, smartwatch e cuffie wireless, tutti potenzialmente collegati anche quando inutilizzati. Se si aggiungono gli altri dispositivi domestici in standby, la quota complessiva di energia sprecata diventa tutt’altro che irrilevante. Non parliamo più di pochi euro, ma decine. Sempre cifre marginali se analizzate nel contesto di un anno, ma che per qualcuno potrebbero essere significative.
Cosa fare
Vale la pena preoccuparsi di quanto si spende di più in bolletta a causa dei caricabatterie collegati alle prese di corrente? La risposta è individuale, ciascuna misura il valore del proprio denaro come vuole. E, per chi è attento a questi fenomeni, oltre alla dimensione economica c’è anche quella ecologica da perseguire, evitando qualsiasi tipo di spreco.
Da questo punto di vista bisogna anche ricordare che i caricabatterie di ultima generazione consumano di meno rispetto ai modelli più vecchi, e molti entrano automaticamente in modalità sleep non appena il dispositivo viene scollegato, riducendo ulteriormente l’assorbimento residuo.
Chi vuole ridurre questi consumi ha a disposizione alcune soluzioni pratiche. La più diretta è staccare il caricatore dalla presa quando non è in uso, in particolare per i modelli più vecchi o economici, che tendono ad avere assorbimenti in standby più elevati. Per semplificare queste operazioni è utile fare riferimento alle ciabatte intelligenti che con un interruttore dedicato a ogni presa, consentono di interrompere l’alimentazione di uno o più dispositivi e, allo stesso tempo, di gestire le prese smart da remoto tramite smartphone. Così da avere un controllo migliore su quanto si consuma e, quindi, si spende.
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