Se siete appassionati di tecnologia saprete anche che a volte la velocità con cui un’azienda tech reagisce a una notizia scomoda dice più di mille comunicati stampa. Meta ha impiegato esattamente 24 ore per far sparire dalle proprie app il codice di riconoscimento facciale che WIRED aveva scovato analizzando il software degli occhiali smart Ray-Ban.

Ricorderete la cronologia degli eventi di cui vi abbiamo parlato anche su queste pagine: il 4 giugno WIRED pubblica l’inchiesta sul codice dormiente battezzato internamente “Name Tag che permetteva agli utenti di prodotti Ray-Ban Meta di “collezionare” i volti delle persone incontrate e convertiti in segnali biometrici; una scoperta che, noi stessi, abbiamo definito disturbante e con pericolose derive orwelliane.

Ebbene, il 5 giugno Meta ha rilasciato un aggiornamento che lo elimina completamente. Difficile immaginare una conferma più eloquente del fatto che l’azienda sapeva di essere stata colta con le mani nel sacco nell’ennesimo scandalo legato alla privacy. Facciamo chiarezza su questa situazione grottesca.

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Il sistema che avrebbe trasformato gli utenti in collezionisti di volti

L’app Meta AI, indispensabile per far funzionare gli occhiali smart prodotti insieme a Luxottica con i marchi Ray-Ban e Oakley, conteneva un meccanismo piuttosto inquietante. Il software avrebbe catturato i volti delle persone incrociate per strada, li avrebbe convertiti in impronte biometriche salvate sullo smartphone, e li avrebbe confrontati con ogni nuovo viso inquadrato dalla fotocamera montata sugli occhiali.

Lo scopo apparente era quello di aiutare chi ha la memoria corta a ricordare i nomi delle persone già incontrate. Una funzionalità che sulla carta potrebbe sembrare utile, ma che nella pratica trasformerebbe chiunque indossi questi occhiali in una specie di schedatore ambulante di volti altrui.

La maggior parte delle persone, probabilmente, preferirebbe sentirsi chiedere nuovamente il proprio nome, se il proprietario dei Ray-Ban Meta non lo ricorda, piuttosto che scoprire di essere finita in un database biometrico senza averlo chiesto.

Una storia di problemi che si accumula

Come accennato, gli occhiali smart di Meta non sono nuovi alle polemiche, anzi, alcuni influencer li hanno usati per filmare e molestare donne senza consenso. A New York, una donna è finita nei guai per aver distrutto gli occhiali Meta di un uomo in metropolitana.

A marzo è partita una class action dopo che un’inchiesta giornalistica svedese ha rivelato che dipendenti in Kenya stavano visionando filmati registrati dagli occhiali, compresi momenti intimi e utilizzo del bagno, apparentemente catturati a insaputa dei proprietari stessi dei dispositivi.

Il vicepresidente alle comunicazioni Andy Stone ha liquidato Name Tag come un semplice “progetto pilota” su cui non era stata presa “alcuna decisione definitiva“. Una posizione che fa acqua da tutte le parti, soprattutto quando si sa che quel codice fosse già stato distribuito su milioni di telefoni, pronto per essere attivato.

La rapidità della rimozione racconta, però, una verità diversa ovvero che Meta sa benissimo di muoversi su un terreno pericoloso, e quando qualcuno accende i riflettori preferisce fare un passo indietro piuttosto che difendere l’indifendibile. Vi terremo aggiornati qualora dovessero emergere nuove informazioni su questa vicenda.