Sul dominio freedom.gov campeggia per ora solo una landing page scarna: un cavallo fantasma al galoppo sopra il globo terrestre e uno slogan in inglese che si traduce con “L’informazione è potere. Riprendi il tuo diritto umano alla libera espressione. Preparati.” Sotto, la scritta “Freedom is coming”. Un’immagine volutamente evocativa, che anticipa qualcosa di più ambizioso di un semplice sito governativo.

Il portale è in costruzione e sarebbe sviluppato dal Dipartimento di Stato americano, con il coinvolgimento dell’agenzia per la cybersicurezza CISA. Secondo fonti citate da Reuters, il progetto è coordinato dalla Sottosegretaria per la diplomazia pubblica Sarah Rogers e avrebbe dovuto essere presentato ufficialmente durante la Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera, a metà febbraio, prima di essere rinviato per ragioni non comunicate. Tra i nomi coinvolti figura anche Edward Coristine, ex membro del Dipartimento per l’efficienza governativa guidato da Elon Musk.

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Come funzionerà

L’idea di base è semplice quanto dirompente. Il portare punta a fornire agli utenti europei, così come a quelli di altri Paesi, l’accesso a contenuti bloccati dai rispettivi governi, inclusi quelli classificati come incitamento all’odio o propaganda terroristica. Per farlo, le fonti riferiscono che il sito includerà una funzione VPN integrata che farà apparire il traffico degli utenti come proveniente dagli Stati Uniti, aggirando di fatto le restrizioni imposte da leggi europee come il Digital Service Act o il British Online Safety Act. L’attività degli utenti, inoltre, non verrebbe tracciata in alcun modo.

In pratica, un cittadino europeo che si connettesse a freedom.gov vedrebbe il proprio traffico instradato attraverso server americano, al fi fuori della giurisdizione europea, potendo così accedere a contenuti che le piattaforme sono obbligate a rimuovere o limitare nel territorio dell’Unione Europea.

Non è tecnicamente diverso da ciò che succede con un qualsiasi servizio VPN commerciale già disponibile, ma il fatto che a proporlo sia direttamente il governo degli Stati Uniti d’America cambia radicalmente la natura politica dell’iniziativa.

La guerra silenziosa USA-UE

Per capire perché freedom.gov esiste, bisogna inquadrarlo nel conflitto digitale che da mesi oppone l’amministrazione Trump all’Unione Europea. Al centro della disputa c’è il Digital Services Act, la legge europea che impone alle grandi piattaforme online di rimuovere contenuti illegali, moderare la disinformazione e rispettare obblighi di trasparenza algoritmici, sotto pena di multe fino al 6% del fatturato globale. Il Dipartimento di Giustizia americano ha definito il DSA un meccanismo di censura che prende di mira voci e aziende americane, e i diplomatici statunitensi in Europa hanno ricevuto istruzioni esplicite di fare pressione sui governi locali contro la sua applicazione.

X di Elon Musk ha già ricevuto una multa da 120 milioni di euro dalla Commissione europea per violazione del DSA a dicembre 2025 ed ha immediatamente presentato ricorso davanti al Tribunale dell’Unione Europea, in quello che è il primo contenzioso giudiziario di questa portata sul regolamento. Il ricorso sostiene che la Commissione ha violato i diritti di difesa di X e suggerisce un pregiudizio nel modo in cui l’indagine è stata condotta. Nel frattempo, l’amministrazione americana ha imposto il divieto d’ingresso negli Stati Uniti a cinque cittadini europei coinvolti nell’applicazione e nella ricerca critica sul DSA, tra cui l’ex commissario Thierry Breton.

Freedom.gov si inserisce in questo clima come una mossa di escalation. Non si tratta di uno strumento tecnico pensato per attivisti e giornalisti in Paesi con censura sistematica, come aveva fatto storicamente il programma Internet Freedom del Dipartimento di Stato, che finanziava strumenti per bypassare la censura in Iran, Myanmar, Cuba e Venezuela. A differenza di quei precedenti programmi, che distribuivano strumenti decentralizzati a tutela della privacy, freedom.gov indirizzerebbe il traffico degli utenti attraverso un unico sistema opaco gestito da un’agenzia federale americana. Il bersaglio dichiarato non è Pechino né Teheran, ma Berlino, Parigi e Bruxelles.

Le criticità della soluzione

Le criticità del progetto sono numerose, e alcune vengono sollevate dagli stessi ambienti americani. La prima è di ordine giuridico: un portale governativo che consente di aggirare deliberatamente le leggi di Paesi alleati e partner commerciali espone Washington a ricorsi diplomatici e potenzialmente legali di natura senza precedenti. Un portavoce della Commissione europea ha già chiarito che nel territorio dell’UE non è la Commissione a bloccare i siti web, ma le autorità degli Stati membri, e che i contenuti che promuovono odio o terrorismo non trovano spazio in Europa indipendentemente da dove siano ospitati.

La seconda critica riguarda la coerenza interna. Proprio mentre freedom.gov viene costruito, i tagli di DOGE al Dipartimento di Stato e all’Agenzia americana per i media globali hanno di fatto smantellato il programma Internet Freedom che da anni finanziava strumenti di libertà digitale per attivisti e giornalisti in regimi autoritari. Il governo americano chiude la porta a chi lotta contro la censura vera e apre una finestra su quella che definisce censura europea.

La terza questione riguarda la privacy degli utenti. Fare transitare il traffico di milioni di europei attraverso server di un’agenzia federale americana non è una garanzia di anonimato, ma il contrario. Gli esperti di sicurezza digitale segnalano che concentrare il traffico attraverso un sistema federale invece di distribuire strumenti decentralizzati e privacy-first trasforma un presunto strumento di libertà in un potenziale sistema di sorveglianza.

La quarta è forse la più sottile: la definizione stessa di censura che il portale adotta è quanto meno discutibile. Le norme europee che freedom.gov punta a bypassare non limitano il dissenso politico in senso ampio, ma vietano propaganda nazista, incitamento alla violenza, abusi su minori e disinformazione sistematica, categorie che l’Europa, per ragioni storiche profonde, ha scelto di non includere nel perimetro della libertà di espressione tutelabile. Trattarle come equivalenti alla censura di un regime autoritario è una semplificazione politicamente strumentale, non un’analisi giuridica.

Freedom.gov è, per ora, ancora una pagina vuota. Ma il progetto che rappresenta è già molto concreto: un conflitto aperto sulla governance di internet tra le due sponde dell’Atlantico, in cui la posta in gioco non è solo cosa si può dire online, ma chi ha il diritto di deciderlo.