5G coronavirus

Esiste una correlazione tra le reti 5G e il COVID-19, la malattia causata dal nuovo coronavirus che sta mettendo in ginocchio l’intero pianeta? In molti sono convinti di si, tanto da arrivare a incendiare alcune torri che ospitano le antenne 5G, ritenute colpevoli dell’attuale pandemia.

Andiamo dunque con ordine, ricostruendo quelle che sono le teorie portate avanti da alcune correnti di pensiero e quelle che sono le realtà evidenziate dalla scienza, senza però dimenticare alcune controversie che vanno tenute in debita considerazione.

Le teorie complottistiche

Sono numerose le teorie complottistiche e le bufale che stanno circolando in Rete in questi giorni, alcune decisamente campate in aria e altre che a primo acchito potrebbero sembrare verosimili. Nella maggior parte dei casi si tratta di supposizioni e di voci infondate messe in circolazione da “sedicenti” esperti, che basano le proprie teorie su interpretazioni personali di alcuni eventi.

La bufala più clamorosa riguarda la possibilità che il virus utilizzi le onde elettromagnetiche della rete 5G per comunicare e diffondersi più rapidamente. Si tratta di una notizia completamente falsa, che trae fondamento da una ricerca, i cui risultati sono controversi e mai dimostrati in maniera certa.

Peccato però che la ricerca in questione sia riferita ai batteri, mentre il nemico invisibile con cui ci troviamo a combattere in questo periodo è un virus, che non è dotato di una intelligenza propria, avendo comunque bisogno di una cellula ospite per replicarsi. La teoria è dunque presto smontata e in sostanza sfrutta la poca conoscenza delle persone comuni sulle questioni scientifiche.

Non è questa la sola bufala completamente priva di fondamento, ma prima di parlarvi di un paio di teorie complottistiche davvero particolari, dobbiamo approfondire una delle tante controversie legate alle reti 5G ma più in generale a tutti i segnali wireless e alle emissioni elettromagnetiche.

Alcune correnti di pensiero sostengono infatti che una prolungata esposizione a onde elettromagnetiche provocherebbe un calo delle difese immunitarie, lasciando il nostro organismo più esposto alle minacce esterne, come l’attuale coronavirus. Il dottor Martin Pall, professore emerito di biochimica e scienze mediche alla Washington State University, sostiene che i campi elettromagnetici provocati dalle antenne 5G portino all’attivazione dei canali del calcio per l’attivazione elettrica dei neuroni.

In questo modo verrebbe acceleratala replicazione virale e risulterebbero amplificati gli effetti dell’infezione, che nel caso del COVID-19 significherebbe un rapido peggioramento della polmonite, causa principale dei decessi legati al coronavirus. Va detto che il dottor Pall sostiene che le reti 5G abbiano un impatto massiccio sulla riproduzione e potrebbero portare all’estinzione del genere umano entro sette anni. Di quello che sostiene la scienza a proposito parleremo però nel paragrafo dedicato.

Legate a questa teoria, tutta da dimostrare, ci sono tre tesi alquanto bizzarre, e direttamente collegate tra loro, che fanno impallidire quelle sulle scie chimiche. La prima afferma che il coronavirus sarebbe in realtà una copertura per nascondere le morti dovute alle reti 5G, in particolare all’effetto dei segnali radio a 60 GHz sul corpo umano (più avanti parleremo di questo). A supporto della teoria ci sarebbero alcuni video che mostrano persone, in Cina e in altri Paesi, che cadono inspiegabilmente a terra nel momento (così sostiene la teoria) in cui vengono accese le antenne 5G.

In realtà la maggior parte dei filmati è relativa a persone ubriache con la mascherina, che cadono per tutt’altri motivi. Direttamente collegate a questa teoria ce ne sono altre due, che stanno rapidamente prendendo piede: le misure di contenimento infatti, che costringono miliardi di persone in casa, consentirebbero da una parte l’installazione di nuove antenne 5G senza che la popolazione ne sia al corrente, e da un lato costringerebbero le persone ad assorbire una maggior quantità di radiazioni, per ammalarsi, morire e ridurre la popolazione sul pianeta, in favore di un nuovo ordine mondiale.

Molto vicina a questa teoria ne troviamo un’altra, secondo cui il COVID-19 è in realtà una malattia creata da un fantomatico gruppo che ha realizzato il 5G allo scopo di creare un vaccino. Le finalità di questo vaccino sarebbero quelle di iniettare un chip per controllare l’intera popolazione, in perfetto stile Grande Fratello.

Tra gli studi maggiormente citati dai complottisti ci sono quelli attribuiti a Ronald Neil Kostoff, che nella sua ricerca parla del “più grande esperimento medico non etico della storia umana“. A un occhio inesperto la ricerca, firmata da un medico affiliato al Georgia Institute of Technology, potrebbe sembrare autorevole e meritevole di attenzione.

Peccato solo che il dottor Kostoff non sia un virologo né un epidemiologo, visto che può vantare un dottorato in ricerca in Scienze aerospaziali e nessun altro membro del prestigioso centro di ricerca tecnologica abbia partecipato alla realizzazione del dossier.

D’altro canto nella voluminosa pubblicazione, composta da ben 1086 pagine, Kostoff si limita a fare una serie di congetture riprendendo tutti gli studi che vanno ad appagare i propri pregiudizi, con una tecnica detta cherry picking. L’intera opera è un insieme di correlazioni spurie tra eventi, con una considerazione finale al limite dell’assurdo: se non è possibile dimostrare che le emissioni elettromagnetiche delle reti 5G non sono pericolose, amplificando gli effetti del COVID-19, allora significa che tali emissioni sono dannose.

Se la teoria vi sembra alquanto fallace, va detto che è in qualche modo sposata da Gunter Pauli, primo consigliere economico dell’attuale Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. In un tweet del 22 marzo Pauli fa un’affermazione che in qualche modo va a rafforzare la teoria del complotto dicendo testualmente:

La scienza deve dimostrare e spiegare il rapporto di causa ed effetto. La scienza però, deve innanzitutto osservare le correlazioni: fenomeni che sembrano apparentemente associati. Applichiamo la logica scientifica. Qual è stata la prima città al mondo ad essere coperta dal 5G? Wuhan. Quale è stata la prima regione europea con il 5G? Il nord Italia.

Detta così l’affermazione di Pauli suggerirebbe che l’accensione delle antenne 5G e la diffusione del coronavirus siano in stretta correlazione, pur senza nominare direttamente la malattia. I numeri a supporto della teoria sono a disposizione di tutti: 30.000 antenne 5G sono state attivate a Wuhan nel mese di ottobre 2019, in occasione dei giochi mondiali militari, che secondo alcuni sarebbero il vero evento scatenante della pandemia. Anche in questo caso si tratta di supposizioni prive di qualsiasi evidenza scientifica, come spiegheremo più avanti, smentite anche dalle associazioni delle compagnie telefoniche.

Queste erano dunque le principali teorie complottistiche che circolano principalmente sul web. Ora è il momento di parlare di quelle ipotesi che possono sembrare più realistiche e che mettono in evidenza alcune contraddizioni della scienza.

Controversie e dubbi

In queste settimane sta spopolando sul web un video, che YouTube ha rimosso insieme a tutti quelli che non hanno fondamento scientifico, con le ipotesi del dottor Thomas Cowan, medico olistico americano.

Il dottor Cowan afferma che ogni grande pandemia nella storia dell’uomo è stata legata a livelli crescenti di elettrificazione della Terra. L’influenza spagnola, che in concomitanza della prima guerra mondiale ha causato la morte di un numero di persone comprese tra 50 e 100 milioni, sarebbe avvenuta in occasione dell’accensione dei primi sistemi radar.

Il lancio dei primi satelliti avrebbe successivamente provocato l’influenza del 1968, proveniente da Hong Kong, che avrebbe provocato la morte di due milioni di persone. Anche in questo caso a un primo sguardo sommario le affermazioni potrebbero sembrare valide, se non fosse che sono state rilasciate da un medico che è stato sospeso per pratiche mediche a dir poco discutibili.

Le sue ipotesi inoltre non spiegano le grandi epidemie del passato, che in maniera ciclica hanno colpito la terra: mancano all’appello l’influenza asiatica che tra il 1957 e il 1960 è costata la vita a oltre un milione di persone e l’influenza suina che tra il 2009 e il 2010 ha provocato la morte di oltre 500.000 persone, solo per citare i casi più recenti.

Se andiamo indietro nel tempo, la tecnologia e le emissioni elettromagnetiche non possono spiegare la peste nera, partita in Asia intorno al 1330 e arrivata in Europa nel 1346, provocando, secondo alcune stime, il decesso di almeno 20 milioni di persone, circa un terzo della popolazione europea dell’epoca. Ancora più indietro, e più lontana da emissioni elettromagnetiche, è la peste di Giustiniano, che intorno al 500 provocò un numero di decessi compreso tra 25 e 100 milioni.

Risulta dunque evidente come la teoria del dottor Cowan sembri avere un fondamento scientifico, suscitando parecchi dubbi nella popolazione, ma in realtà si limita a sottolineare alcune coincidenze senza però fornire evidenze scientifiche. Le uniche ipotesi portate riguardano le radiazioni del 5G, che sarebbero più pericolose in relazione alla quantità di metalli (alluminio in particolare) presente nel nostro corpo, facilitando quindi la riproduzione del virus. Anche in questo caso la scienza risponde senza indugi, ricordando come un virus abbia bisogno di un organismo col quale legare il proprio materiale genetico, non di cellule avvelenate dai metalli.

Non tutte le affermazioni sono però prive di fondamento e in alcuni casi la scienza non è in grado di fornire risposte certe, come vedremo tra poco. Ed è proprio a questo problema che fanno appello le frange più moderate dei contestatori delle reti 5G, a prescindere da un possibile legame con il coronavirus e la malattia a esso legata.

Come buona parte delle tecnologie precedenti, non sono stati effettuati accurati test scientifici sui possibili effetti collaterali legati alle emissioni elettromagnetiche, tanto che alcuni affermano che in questo momento il genere umano è protagonista inconsapevole di un grande esperimento scientifico a lungo termine.

Va detto che, nell’impossibilità di ottenere dati assoluti, servirebbero studi decennali per misurare il possibile effetto di una esposizione prolungata alle onde elettromagnetiche emesse dalle centraline 5G e per capire se ci possono essere delle correlazioni certe con una maggiore diffusione di virus.

Dal punto di vista della tecnologia si tratta di premesse irrealizzabili, visto che sarebbero ancora in corso studi legati alle reti cellulari di prima o seconda generazione, con tutto quello che ne deriva. Proprio per questo la scienza si basa sulle evidenze, imponendo dei limiti da non superare, molto inferiori a quelli che potrebbero causare l’insorgenza di problematiche.

Le affermazioni della scienza

Del 5G e dei possibili rischi legati alla salute, abbiamo già trattato qualche tempo fa in un nostro approfondimento. Vediamo allora che cosa dice la scienza in merito alla possibile correlazione tra le reti 5G e il coronavirus, con uno sguardo più generale sulla tecnologia. I dati che smentiscono le ipotesi, dalle più assurde alle più realistiche, provengono tutte da istituti accreditati e dai massimi organismi della sanità, italiana e mondiale.

Se può sembrare verosimile che il 5G abbia un effetto sulla diffusione del coronavirus, come sembrerebbero indicare i dati relativi a Wuhan e al nord Italia, così come la Svizzera, ci sono dati che non possono essere spiegati da tale teoria. L’Iran è uno dei Paesi più colpiti dalla pandemia, eppure non ha ancora alcun accenno di infrastruttura 5G. E buona parte dei Paesi colpiti non ha infrastrutture 5G che possano giustificare la rapida diffusione.

Va inoltre detto che Wuhan è solo una delle sedici città cinesi coperte dal progetto pilota del 5G, e che le altre città interessate non sono state colpite in maniera così significativa. D’altro canto in Italia la sperimentazione ha riguardato, oltre a Milano, anche Bologna Roma e Napoli, città nelle quali l’incidenza è stata decisamente inferiore rispetto all’intera Lombardia (che include numerose provincie in cui il 5G non è ancora stato attivato). E Bergamo e Brescia, le provincie più colpite della Lombardia, non hanno progetti attivi per il 5G.

L’Istituto Superiore della Sanità afferma che non ci sono evidenze scientifiche legate alla cancerogenicità dei campo elettromagnetici. Gli studi che hanno mostrato risultati contraddittori sono legati a test su topi e con livelli non omogenei di radiazioni, che in alcuni casi sono stati decisamente superiori ai limiti stabiliti dalla legge.

Anche il Ministero della Salute, nella propria nota legata alle fake news che circolano intorno al coronavirus, ricorda che non ci sono evidenze scientifiche su una possibile correlazione tra virus e 5G, così come non ci sono prove causali che quest’ultimo influisca sulle difese immunitarie.

Anche un ente indipendente come la ICNIRP (International Commission on Non-Ionizing Radiation Protection) afferma che, rispettando alcuni limiti rigorosi, le emissioni in radio frequenza del 5G non sono assolutamente dannose. In particolare la commissione si sofferma sulla banda a 60 GHz, responsabile secondo i complottisti di numerose morti improvvise. Anche in merito a questo argomento vi abbiamo proposto un approfondimento qualche tempo fa.

I campi elettromagnetici ad alta frequenza provocano una esposizione relativamente superficiale, con una minore capacità di penetrazione nel corpo umano. Prova ne è il fatto che tali onde possono essere pesantemente attenuate dalle foglie degli alberi (ecco perché in corrispondenza delle antenne 5G vengono tagliati rami e alberi) e schermate completamente dai metalli.

Secondo la ICNIRP i primi studi sottolineano come l’esposizione ai campi elettromagnetici sia simile a quella delle reti 3G e 4G. Non va inoltre dimenticato che tali campi sono generati anche dai numerosi elettrodomestici presenti nelle nostre abitazioni (microonde, frigoriferi, televisori, computer), senza che finora siano mai stati evidenziati danni permanenti all’uomo. Ricordiamo infatti che si tratta di radiazioni non ionizzanti, che non hanno effetti deleteri sull’uomo, a differenza di quelle ionizzanti (raggi ultravioletti ad alta frequenza, raggi X, raggi gamma) i cui danni sui tessuti viventi sono stati da tempo comprovati.

Va inoltre detto le radiazioni a bassa intensità nella banda millimetrica (da 30 a 300 GHz) sono oggetto di studio in medicina. Nell’Est Europa ad esempio sono utilizzate a scopo terapeutico in quanto permetterebbero di alleviare le reazioni da stress, stimolare la riparazione e rigenerazione dei tessuti.

I risultati, riconosciuti a livello internazionale, sono promettenti e milioni di persone si sono già sottoposte, da oltre quarant’anni, alla terapia con onde millimetriche (mmwave) e i risultati sono stati pubblicati in uno studio completo.

Ricordiamo che la tecnologia Soli, utilizzata da Google sulla recente serie Pixel 4, impiega un chip radar che opera proprio a 60 GHz. Ve ne abbiamo parlato nel nostro articolo di qualche mese fa, ricordandovi inoltre che in alcuni Paesi tale tecnologia è disabilitata proprio per evitare interferenze con i radar dell’aeronautica.

Allo stesso modo, trattandosi di una frequenza non ancora sottoposta a licenza d’uso, sono molte le compagnie che intendono sfruttare questa banda per trasmissioni legate ad apparecchiature elettromedicali o di monitoraggio di segni vitali.

Intel, Qualcomm e altri produttori hanno già realizzato numerosi prodotti che supportano lo standard WiGig, che opera proprio alla frequenza di 60 GHz ed è definito dagli standard IEEE 802.11 ad e dal prossimo standard IEEE 802.11 ay. In questo modo è possibile ottenere velocità di trasferimento che possono raggiungere i 7 Gbps a una distanza massima di 10 metri dal router e si spingeranno fino a 30 Gbps a 30 metri dal router con lo standard 802.11 ay.

In commercio sono già disponibili da tempo adattatori, schede e router WiGig, che a quanto pare sono passati inosservati agli occhi dei complottisti, così come le altre tecnologie da tempo in uso.

Considerazioni finali

Questa lunga dissertazione non ha ovviamente alcuna velleità scientifica, che lasciamo alle autorità competenti, quanto piuttosto la voglia di fare chiarezza su tante voci incontrollate che circolano in Rete. In un momento unico nella nostra storia, in cui anche le persone che non sono state colpite dalla pandemia sono messe a dura prova, la circolazione di notizie false è potenzialmente pericolosa, visto che potrebbe portare a reazioni spropositate con un effetto deleterio.

Abbiamo portato quelle che sono le evidenze scientifiche senza per questo voler nascondere eventuali problemi che potrebbero insorgere in futuro. D’altro canto è fuori discussione che dobbiamo dare credito alla scienza e a quanto è emerso nel corso degli studi condotti finora, al netto di qualche eccezione che trova quasi sempre una spiegazione razionale.