Non è più il momento di chiedersi se gli smart glasses rappresentino il futuro della tecnologia indossabile: la domanda giusta oggi è se abbiano finalmente trovato un posto concreto nella nostra routine quotidiana. È proprio su questo terreno che i Ray-Ban Meta Wayfarer 2ª generazione giocano la partita più interessante, perché non tentano di reinventare la categoria da zero, ma prendono un’idea già valida e la rifiniscono nei dettagli che, alla fine, sono quelli che decidono se un prodotto sopravvive nell’uso reale o finisce in un cassetto dopo due settimane.
Sotto la scocca di un paio di Wayfarer, una delle forme più iconiche e socialmente “digeribili” dell’occhialeria mondiale, si nasconde una fotocamera ultra-wide da 12 megapixel, un sistema audio open-ear integrato nelle stanghette, cinque microfoni, moduli wireless e l’intera infrastruttura di Meta AI. Chi ricorda i Google Glass sa bene quanto sia stato disastroso, anni fa, il tentativo di imporre un oggetto tecnologicamente identificabile a distanza: qui Meta ha scelto la strada opposta, mimetizzando l’elettronica dentro una montatura che chiunque accetterebbe di indossare anche senza sapere cosa contiene.
In Italia il prezzo di listino parte da 419 euro per le versioni standard, con un incremento a seconda che si scelgano lenti Polarized, Transitions o graduate. Non è una cifra da capriccio tecnologico: è un investimento che deve essere ripagato dall’uso quotidiano, non dall’effetto wow dei primi dieci minuti, un effetto sorpresa a cui peraltro siamo già abituati grazie alla prima generazione, che ha aperto la strada rendendo questa tecnologia più accessibile e meno aliena.
Indice:
- Scheda tecnica
- Cosa c’è nella scatola
- Design: la scelta più intelligente del progetto
- Setup e utilizzo quotidiano: come funzionano davvero
- Meta AI: potenzialità e limiti reali
- Gestione dei file e sincronizzazione
- Foto e video: dove il salto generazionale si sente davvero
- Audio e chiamate: la vera sorpresa del prodotto
- Autonomia: il vero salto generazionale
- Confronto con la prima generazione
- Prezzo e a chi consigliarli davvero
- Conclusioni
Segui TuttoTech.net su Google Discover
Scheda tecnica
Prima di entrare nel merito dell’esperienza d’uso, vale la pena fissare i numeri che contano davvero:
- Montatura Wayfarer di seconda generazione, disponibile in oltre 27 combinazioni tra forme, colorazioni e lenti
- Peso di 52 grammi
- Fotocamera ultra-grandangolare da 12 megapixel, foto a 3024×4032 pixel in verticale
- Video fino a 3K Ultra HD a 30 fps, oppure 1440p a 30 fps o 1200p a 60 fps, con clip massime di 3 minuti
- Due speaker open-ear nelle stanghette e sistema a cinque microfoni
- Bluetooth 5.3 e Wi-Fi 6
- 32 GB di memoria interna, per circa 500 foto o 100 video da 30 secondi
- Certificazione IPX4
- Autonomia fino a 8 ore di uso tipico, fino a 5 ore di audio o chiamate continue, con la custodia che aggiunge fino a 48 ore extra e ricarica al 50% in appena 20 minuti
Cosa c’è nella scatola
La confezione contiene gli occhiali, il libretto istruzioni, un panno in microfibra per la pulizia delle lenti e la custodia di ricarica, che qui smette di essere un semplice accessorio protettivo e diventa un componente essenziale del sistema. Non parliamo del solito astuccio che serve solo a evitare che gli occhiali si graffino nella borsa: questa custodia è ciò che rende sostenibile l’uso lontano da una presa elettrica, e la differenza si percepisce eccome durante una giornata intera fuori casa.
A colpo d’occhio la custodia sembra quasi identica a quella di un normale paio di Ray-Ban, ma in realtà funziona esattamente come il case delle cuffiette true wireless: ricarica gli occhiali sia quando è collegata a una presa USB-C, sia in autonomia grazie a una batteria interna che restituisce energia anche senza fonte elettrica nelle vicinanze. La sensazione al tatto è coerente con quella di un prodotto premium, in linea con ciò che ci si aspetta portando il nome Ray-Ban. La ricarica avviene tramite due piccoli pin metallici posizionati nella parte inferiore della montatura, proprio dove le stanghette appoggiano sul naso.

La dotazione, per filosofia, resta volutamente minimale, e va bene così: il valore del pacchetto non sta nella quantità di gadget incluso, ma nel fatto che la custodia trasforma un oggetto potenzialmente fragile dal punto di vista energetico in un dispositivo affidabile da portare in viaggio o durante un’intera giornata di impegni.
Design: la scelta più intelligente del progetto
Il merito più grande di questo prodotto, a nostro avviso, è aver rifiutato la tentazione di apparire disperatamente futuristico. I Ray-Ban Meta Wayfarer 2ª Gen non cercano di imporsi come oggetti alieni: si appoggiano a una forma già amatissima e lasciano che la tecnologia emerga piano, senza gridare la propria presenza. Sembra un dettaglio secondario, ma è in realtà il cuore della questione, perché i dispositivi indossabili falliscono quasi sempre quando chiedono all’utente un compromesso estetico che, nella vita reale, nessuno è disposto ad accettare, troppo vistosi, troppo grandi, troppo “da concept”.
L’esempio dei Google Glass, per quanto estremo, rende bene l’idea: un oggetto arrivato troppo presto, soprattutto per una forma ancora del tutto inaccettabile socialmente per l’epoca. I Ray-Ban Meta invece restano discreti, con una montatura solo leggermente più spessa rispetto a un modello tradizionale, sobri, quotidiani, capaci di non metterti in vetrina come “quello con gli occhiali smart”. Si percepisce che c’è tecnologia dentro, ma non urla la sua presenza, e per noi questa è già metà del successo del progetto.

La montatura è proposta in versioni Large e Fit, pensate per adattarsi a diverse conformazioni del viso e ponti nasali differenti, una scelta corretta non solo commercialmente ma anche dal punto di vista ergonomico: un oggetto che deve ospitare sensori, microfoni, speaker e batteria non può permettersi un approccio universale. Il peso dichiarato di 52 grammi non è trascurabile se si arriva da un paio di occhiali tradizionali molto leggero, ma va contestualizzato: dentro c’è molta più elettronica di quanto la forma lasci intuire, e il fatto che tutto questo resti dentro una sagoma portabile è già di per sé un piccolo traguardo ingegneristico. Personalmente, durante il viaggio, anche indossandoli per quattro o cinque ore consecutive, non abbiamo mai avvertito fastidio o pesantezza sul naso.
Anche la certificazione IPX4 va interpretata correttamente: significa che pioggia leggera o schizzi non sono un problema serio, ma non equivale a resistenza all’immersione o a esposizioni prolungate all’acqua. In pratica sono occhiali da vivere normalmente senza ansia da bagnato, non un accessorio da trattare come un’action cam rugged. Durante il viaggio ha piovuto leggermente in un paio di occasioni, e non mi sono preoccupato affatto, proprio perché quel tipo di scenario è esattamente ciò per cui l’IPX4 è pensata. Il discorso cambierebbe radicalmente con pioggia intensa o una caduta accidentale in acqua, come al mare o in piscina.

Nel complesso il design è il motivo principale per cui la prima generazione ha avuto successo, e questa seconda ha ancora più margine per uscire dalla nicchia degli appassionati di tecnologia e conquistare un pubblico trasversale. La montatura Wayfarer funziona come un cavallo di Troia: fa entrare la tecnologia in casa senza far sentire chi la indossa come una comparsa in un film di fantascienza.
Setup e utilizzo quotidiano: come funzionano davvero
Va detto con chiarezza fin da subito: questi occhiali non vivono in autonomia totale. Serve uno smartphone compatibile, l’app Meta AI, un account e una configurazione iniziale; la compatibilità dichiarata copre Android 10 o superiore e iOS 14.4 o superiore. Questo ci racconta subito la natura del prodotto: un’estensione del telefono, non un dispositivo indipendente, perché mancando di connettività propria devono restare nel raggio del proprio smartphone.
Accettata questa premessa, però, l’intero formato inizia ad avere molto più senso. I comandi possono arrivare dalla voce, dal touchpad integrato sulla stanghetta oppure dal pulsante fisico dedicato a foto e video, e questa varietà di input è uno degli aspetti che mi ha convinto di più, perché evita il classico difetto dei wearable bloccati su un’unica modalità di interazione.


















Nell’uso reale il valore aggiunto emerge nel momento in cui non si vuole rompere il flusso di quello che si stava facendo: uno scatto veloce, una clip breve, una chiamata a cui rispondere, un contenuto audio da ascoltare mentre si cammina. Il telefono resta presente, ma smette di essere il centro dell’esperienza, e qui gli occhiali trovano finalmente un ruolo concreto. Dall’app si può associare il dispositivo, configurare il comportamento dell’unico pulsante fisico (scegliendo se il singolo tocco scatta una foto e il doppio tocco avvia un video, o viceversa, senza però poter mappare il tasto per altre funzioni), seguire un tutorial iniziale e collegare i propri account social e servizi come Instagram, Facebook o Spotify.
L’app Meta AI è piuttosto intuitiva, e permette anche di interagire testualmente con il modello linguistico di Meta tramite chat. Qui però è fondamentale separare due piani: l’hardware di questa seconda generazione appare decisamente più maturo del software che lo accompagna. L’assistente vocale è comodo per richieste rapide e contestuali, ma quando la complessità della domanda sale, l’affidabilità non è più così scontata, chi usa già chatbot come ChatGPT, Gemini Live o lo stesso Meta AI sa esattamente di cosa parlo.
L’intelligenza artificiale aggiunge indubbiamente valore, ma oggi non è ancora l’unico motivo per cui vale la pena acquistare il prodotto, anche se la direzione presa da Meta è quella giusta e i progressi sono rapidi. Il motivo concreto per cui questi occhiali funzionano resta la combinazione tra fotocamera indossabile, audio aperto, chiamate e comandi rapidi senza dover estrarre il telefono.

L’hardware è già solido, mentre il software è in continua evoluzione: basandosi su modelli IA che migliorano rapidamente, è ragionevole aspettarsi un’esperienza sensibilmente migliore nei prossimi mesi tramite aggiornamenti. Non stiamo dicendo che oggi funzioni male — anzi, rispetto a un anno fa i passi avanti sono evidenti — ma a differenza di un prodotto tradizionale come uno smartphone o una TV, la cui esperienza resta piuttosto stabile per anni, qui il margine di crescita software è enorme, e non dipende solo dall’app ma dall’evoluzione stessa dell’IA di Meta.
Meta AI: potenzialità e limiti reali
La parte più affascinante, e allo stesso tempo quella che invita a restare con i piedi per terra, è l’intelligenza artificiale integrata. Meta AI può analizzare ciò che si ha davanti, offrire suggerimenti contestuali, controllare le funzioni degli occhiali, leggere codici QR, memorizzare informazioni e gestire traduzioni in tempo reale. Sulla carta il ventaglio di possibilità è ampio e in certi casi sorprendentemente naturale: chiedere informazioni su un luogo mentre si passeggia, ottenere contesto su ciò che si sta guardando, appuntarsi qualcosa a voce o farsi ricordare, ad esempio, il numero della stanza d’hotel.
Un esempio concreto: inquadrando una statua e chiedendo “Hey Meta, dimmi chi rappresenta questa statua”, nel giro di pochi secondi ho ottenuto le informazioni essenziali. Facile, immediato, senza dover metter mano al telefono: in pochi secondi ho avuto il contesto che cercavo semplicemente parlando. È esattamente in scenari come questo, camminare in una città nuova, guardare un monumento, chiedere un contesto storico o attivare una traduzione istantanea, che il prodotto mostra la sua natura più interessante.










La funzione di traduzione simultanea supporta conversazioni tra sei lingue e può funzionare anche offline, a condizione di aver scaricato i pacchetti linguistici in anticipo. L’abbiamo provata per tradurre in tempo reale alcune informazioni, e il risultato è stato sorprendentemente solido. Resta uno dei punti a favore più concreti dell’intera tecnologia: abbatte una barriera reale in modo semplice e naturale. Certo, esistono già traduttori dedicati o semplici app come Google Traduttore, ma la comodità di ottenere tutto questo senza estrarre nulla dalla tasca è esattamente il tipo di semplificazione che ci aspettiamo dalla tecnologia dei prossimi anni, utile a chiunque, anche a chi come me è già un utilizzatore avanzato.
Gestione dei file e sincronizzazione
Un aspetto pratico da non sottovalutare è la memoria interna da 32 GB, indicata per circa 500 foto o 100 video da 30 secondi, sufficiente per un uso ragionevole ma non pensata per accumulare ore di materiale come farebbe una videocamera dedicata. Il ritmo d’uso corretto è quello della cattura breve, frequente, contestuale, e quando li si utilizza in questo modo la logica del prodotto diventa molto più chiara.
Quando si scattano foto o si registrano video, questi vengono salvati direttamente sugli occhiali; dopo averli riposti, o semplicemente piegando le stanghette come si farebbe per appenderli alla maglietta, il contenuto viene sincronizzato con l’app Meta AI e finisce automaticamente nella galleria dello smartphone. Questo passaggio ci è piaciuto molto: scatto una foto e poco dopo la ritrovo già pronta per editing o condivisione. È persino possibile chiedere direttamente a Meta di pubblicare l’ultimo contenuto su Instagram con un comando vocale, e vederlo online come storia o reel nel giro di pochi secondi.
Un’altra funzione interessante riguarda le videochiamate: durante una chiamata su WhatsApp è possibile fare doppio clic sul pulsante della stanghetta per passare alla fotocamera degli occhiali, permettendo all’interlocutore di vedere il proprio punto di vista in tempo reale, utile non solo per le chiamate ma soprattutto per le dirette. È presente anche un LED flash per scattare foto e video anche in condizioni di scarsa luce, il cui scopo però è essenzialmente sociale: avvisare le persone intorno che si sta registrando, nel rispetto della privacy, e non è possibile disattivare questo comportamento.
Foto e video: dove il salto generazionale si sente davvero
Il video è il punto in cui questa generazione mostra il progresso più tangibile. La fotocamera resta un’ultra-wide da 12 megapixel, ma i video arrivano ora fino a 3K Ultra HD a 30 fotogrammi al secondo, con oltre il doppio dei pixel rispetto alla generazione precedente; in alternativa si può scegliere 1440p a 30 fps o 1200p a 60 fps. Da solo questo upgrade non trasforma gli occhiali in una videocamera professionale, e non ha alcuna intenzione di sostituire lo smartphone, sarebbe un errore valutarli con quel metro.
Questi occhiali funzionano davvero quando vengono considerati per quello che sono: uno strumento di cattura rapida in prima persona, capace di cogliere l’attimo senza passare dallo schermo del telefono. Ed è probabilmente l’aspetto più utile che abbiamo percepito durante il nostro utilizzo: bloccare un momento al volo con una semplice pressione del tasto sulla stanghetta, oppure pronunciando “Hey Meta, scatta una foto”. Lo scatto è istantaneo e ci ha risparmiato quel continuo tira-e-metti del telefono tipico di ogni vacanza.
















È proprio questa immediatezza a dare senso al sistema Meta. Con lo smartphone si ottiene quasi sempre un’immagine tecnicamente superiore, ma serve interrompere quello che si sta facendo, estrarre il dispositivo, sbloccarlo, inquadrare, registrare. Qui il punto di forza sta nella naturalezza del gesto: ciò che si vede può diventare contenuto quasi senza frizione, e per certi usi, passeggiate in città, viaggi, piccole clip quotidiane, questo conta di più della pura ossessione per il dettaglio tecnico. La qualità resta comunque più che buona in ogni contesto, spesso catturando momenti che con il telefono si sarebbero persi nei secondi necessari a estrarlo.
Le foto, salvate a 3024×4032 pixel, non sono pensate per sostituire la fotocamera del telefono quando conta il pieno controllo o la resa da top di gamma, ma per fermare un istante dal proprio punto di vista, una differenza importante, perché qui il valore narrativo viene prima di quello tecnico assoluto. Con buona luce le foto risultano davvero soddisfacenti; quando cala la luce, il sensore fatica di più a mantenere dettagli e neri puliti, ma il risultato resta comunque valido per la condivisione.
Va sottolineato anche un limite strutturale: sebbene di giorno o in esterna foto e video siano davvero ottimi, la qualità peggiora sensibilmente al chiuso o in condizioni di scarsa illuminazione, con un incremento evidente del rumore digitale. I video, inoltre, vengono registrati esclusivamente in formato verticale, ideale per i social ma limitante per chi ha altri usi in mente.
E non essendoci alcun display di anteprima, la cattura resta “alla cieca”, con un’inquadratura reale più stretta rispetto al campo visivo naturale dell’occhio umano, un aspetto da tenere bene a mente prima dell’acquisto.
Audio e chiamate: la vera sorpresa del prodotto
Dove il progetto sorprende di più è nell’audio. Gli speaker open-ear integrati nelle stanghette permettono di ascoltare musica o contenuti senza isolarsi completamente dal mondo circostante, mentre il sistema a cinque microfoni gestisce registrazione, comandi vocali e chiamate. La musica si sente bene, in linea con le cuffie open-air già note a chi le ha provate: i bassi sono praticamente assenti, ma poter ascoltare tenendo le orecchie libere è comunque piacevole, e personalmente non l’abbiamo vissuto come un problema.
Per un sistema open-ear, la resa convince soprattutto su voce, podcast, telefonate e ascolti informali, restando però inevitabilmente meno piena e immersiva rispetto ad auricolari dedicati, specialmente sui bassi e in ambienti rumorosi, un limite strutturale del formato, non una sorpresa negativa. Ciò che ci ha davvero stupito sono le chiamate: durante una telefonata, in mezzo a una strada trafficata con voci, sirene e tram, il nostro interlocutore ci sentiva perfettamente e senza rumore di fondo, anche parlando con tono normale, una prova evidente che i microfoni per la riduzione del rumore funzionano molto bene.

La presenza di cinque microfoni dedicati racconta bene le priorità del progetto: non si tratta solo di registrare video con un audio accettabile, ma di rendere credibile l’interazione vocale, le chiamate e la cattura ambientale nel complesso, una componente meno visibile ma probabilmente tra le più importanti del prodotto. Va detto: parlare per strada da solo, senza nemmeno auricolari visibili, in alcuni momenti ci ha fatto sentire un po’ fuori posto, ma la realtà è che le persone sono ormai abituate a vedere di tutto.
Allo stesso tempo è proprio questo il motivo per cui gli occhiali risultano più utili del previsto: quando si cammina, si è in stazione, si visita una città o semplicemente si vuole restare presenti nell’ambiente, ascoltare senza isolarsi completamente diventa un vantaggio concreto. Non è l’audio da sessione musicale dedicata, è l’audio pensato per la vita reale, una distinzione che trovo molto più sensata rispetto al solito approccio “tutto chiuso” delle cuffie tradizionali.
Autonomia: il vero salto generazionale
Se dovessimo indicare il punto in cui questa seconda generazione risolve davvero una debolezza concreta, guarderemmo subito alla batteria. Sulla carta si parla di fino a 8 ore di utilizzo tipico, fino a 5 ore di audio o chiamate continue, ricarica al 50% in appena 20 minuti e fino a 48 ore extra garantite dalla custodia. Sono numeri importanti non solo in senso astratto: cambiano il rapporto psicologico con il prodotto. Un wearable che vive costantemente vicino allo zero per cento diventa presto un oggetto da trattare con sospetto; uno che invece promette una giornata più serena, con un case capace di fare da riserva energetica mobile, si integra molto più facilmente nelle abitudini quotidiane.
Indossandoli praticamente dal mattino fino alla sera, con un uso misto tra musica, indicazioni stradali, videochiamate WhatsApp, circa cinquanta foto al giorno e qualche domanda a Meta AI, riuscendo praticamente sempre a coprire cinque o sei ore fuori senza problemi. È un dispositivo che, a meno di un utilizzo estremo e continuo, riesce a coprire un’intera giornata, un traguardo importante anche a livello psicologico per chi decide di acquistarlo. In ogni caso, l’elegante custodia Ray-Ban resta lì per garantire quella carica extra nelle giornate più impegnative.

La custodia, ancora una volta, si rivela fondamentale: non va vista come un semplice contenitore elegante, ma come la componente che rende credibile l’idea di portare gli occhiali in viaggio, al lavoro o durante spostamenti urbani senza vivere con l’ansia della presa più vicina. È uno di quei casi in cui la scheda tecnica racconta solo metà della storia: l’altra metà è la praticità quotidiana, aprire il case, rimettere gli occhiali per una ricarica breve, ripartire. Nella vita reale, questo vale più di molti proclami sul futuro dei wearable.
Confronto con la prima generazione
Il confronto con il modello precedente è meno spettacolare di quanto il termine “seconda generazione” possa suggerire, ma più intelligente di quanto sembri a prima vista. La filosofia di fondo resta identica, così come la volontà di tenere la tecnologia nascosta in una montatura familiare. Quello che cambia riguarda proprio i due nervi scoperti più criticati nella prima iterazione: autonomia e video.
Sul fronte batteria il passo avanti è netto, e basta questo dato per capire la direzione presa dal progetto: meno ricariche, meno frizione, meno sensazione di prodotto ancora acerbo. Il secondo salto riguarda il video: la nuova generazione introduce il 3K Ultra HD superando il doppio dei pixel rispetto alla precedente, portando la cattura in prima persona più vicina a uno standard accettabile anche per un uso da content creator leggero o per chi vuole clip più spendibili sui social. Non siamo davanti a una rifondazione totale del prodotto, ma a una revisione che interviene esattamente dove serviva ed è proprio questo a renderla più convincente della classica seconda generazione carica di funzioni laterali ma poco incisive.

Prezzo e a chi consigliarli davvero
Il prezzo di partenza di 419 euro resta un filtro importante, ma va contestualizzato: qui non si paga solo la tecnologia integrata, ma anche il fatto che sia stata inserita in una montatura con un’identità vera, desiderabile e spendibile socialmente. È un prezzo premium, ma non del tutto scollegato dalla realtà, considerando che un normale paio di Ray-Ban tradizionali costa già mediamente tra 100 e 200 euro.
Sono consigliati a chi viaggia spesso, si muove molto a piedi, ama la tecnologia indossabile, crea contenuti rapidi, vuole ascoltare musica e telefonare senza isolarsi completamente dall’ambiente, e trova affascinante l’idea di una camera sempre pronta dal proprio punto di vista. Sono invece da evitare per chi cerca il miglior audio possibile in assoluto, la miglior qualità fotografica nella sua fascia di prezzo, o un assistente IA impeccabile in ogni circostanza.
Conclusioni
I Ray-Ban Meta Wayfarer 2ª Gen sono un prodotto da capire prima di essere giudicato: chi li acquista pensando di sostituire lo smartphone, un’action cam o un buon paio di auricolari rischia di restare deluso, ma chi li considera per quello che realmente sono, un accessorio indossabile premium che unisce cattura rapida, audio aperto, chiamate e assistenza vocale dentro una montatura finalmente credibile anche fuori dalla bolla tech, troverà un prodotto sorprendentemente coerente.

Ciò che convince più di tutto è l’equilibrio complessivo: questa generazione non cerca di dimostrare tutto a tutti, ma punta a fare meglio poche cose, riuscendoci in gran parte, autonomia quasi raddoppiata, comparto video più sensato, design che resta l’asso nella manica, ed esperienza generale meno fragile di quanto fosse facile temere. Resta però un’asimmetria evidente tra la solidità dell’hardware e la maturità dell’intelligenza artificiale: le funzioni IA sono interessanti e spesso comode, in certi momenti persino sorprendenti, ma non ancora abbastanza affidabili da sostenere da sole l’intera promessa commerciale del prodotto. È comunque un ecosistema in continua evoluzione, e non è difficile immaginare come, nel giro di pochi mesi, questi occhiali possano diventare ancora più performanti grazie ad aggiornamenti software.
Durante l’uso ci hanno semplificato diversi aspetti della giornata: avremmo potuto ottenere gli stessi risultati con lo smartphone, ma la libertà delle mani e il tempo risparmiato sono l’ago della bilancia che si apprezza davvero solo provandoli sul campo per qualche giorno. Questa seconda generazione di Ray-Ban Meta resta un oggetto coerente e ben bilanciato, capace di cambiare le abitudini d’uso della tecnologia senza stravolgere, abbattendo alcune delle frizioni tipiche dei wearable e restando saldamente ancorata al “socialmente accettabile” per forma e funzione.

È l’evoluzione che tutti aspettavano dai primi Ray-Ban Meta, capace di colmare soprattutto il problema più sentito della scarsa batteria, e resta probabilmente uno dei modelli che meglio spiega perché questa categoria di prodotti potrebbe davvero avere un futuro solido e nel mercato dei wearable, dove spesso si vive di sole promesse, non è affatto un risultato scontato.
Pro:
- Design Wayfarer iconico e discreto
- Autonomia quasi raddoppiata
- Video fino a 3K, doppio dei pixel
- Microfoni ottimi in chiamata
- Cattura foto/video immediata
Contro:
- Qualità scarsa con poca luce
- Video solo verticali
- Nessuno schermo di anteprima
- Meta AI ancora poco affidabile
- Audio open-ear senza bassi
I nostri contenuti da non perdere:
- 🔝 Importante: Recensione Xiaomi Smart Band 10 Pro: l'equilibrio perfetto tra tracker fitness e smartwatch tascabile
- 💰 Risparmia sulla tecnologia: segui Prezzi.Tech su Telegram, il miglior canale di offerte
- 🏡 Seguici anche sul canale Telegram Offerte.Casa per sconti su prodotti di largo consumo


