Mentre mezza Italia era incollata davanti al Festival di Sanremo, il ministro della Cultura Alessandro Giuli firmava un decreto destinato a cambiare il modo in cui gli italiani pagano per i propri dispositivi digitali e per lo spazio di archiviazione online. Come riportato dal Corriere della Sera, il provvedimento aggiorna il sistema del compenso per copia privata e lo estende, per la prima volta nella storia italiana, anche al cloud storage, introducendo di fatto quella che in molti hanno già ribattezzato la “tassa sul cloud”.

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Cos’è la copia privata e perché riguarda tutti

Il compenso per copia privata è un meccanismo previsto dalla legge italiana sul diritto d’autore fin dai primi anni Novanta. In sostanza, ogni volta che acquistiamo uno smartphone, un computer, una chiavetta USB o un hard disk, nel prezzo finale è incorporato un contributo forfettario destinato ad autori, musicisti, registi e produttori, a compensazione delle copie personali di opere protette che il dispositivo potrebbe ospitare. Una semplice supposizione quindi, anche se il supporto non dovesse mai ospitare alcuna opera protetta da diritti d’autore.

La raccolta e la distribuzione di questi fondi è affidata alla SIAE, che poi distribuisce i proventi tra gli aventi diritto. Non si tratta formalmente di una tassa statale: il denaro non va allo Stato, ma agli autori e ai produttori come forma di compensazione. Una legge per proteggere una società di privati cittadini quindi. Il sistema ha radici nella direttiva europea del 2001, recepita dall’Italia con decreto legislativo nel 2003, e le tariffe vengono aggiornate periodicamente. L’aggiornamento firmato dal ministro Giuli è il più significativo da anni, sia per gli aumenti applicati ai dispositivi tradizionali sia per la novità assoluta del cloud.

Il nuovo decreto introduce una struttura tariffaria aggiornata, con incrementi compresi tra il 15% e il 40% a seconda del dispositivo interessato. Per gli smartphone e i tablet, ad esempio, si parte da 3,39 euro per arrivare a un massimo di 9,69 euro, mentre per i computer è prevista una quota fissa di 6,07. Non sono esclusi nemmeno televisori e decoder in grado di registrare, che dovranno versare una tassa di 4,67 euro. Stessa sorte per gli hard disk, interni ed esterni, per i quali è prevista una tariffa che varia in base alla capacità.

Va detto che la tassa non viene versata dall’utente finale ma direttamente dal produttore che, ovviamente, ha il diritto di riversare il costo sull’acquirente, che di fatto si trova costretto a pagare.

La vera novità è il cloud. Per la prima volta i servizi di archiviazione remota rientrano nel perimetro del compenso con una tariffa mensile ricorrente: 0,0003 euro per GB mensile fino a 500 GB e 0,0002 euro per GB oltre tale soglia, con un massimale di 2,40 euro mensili per utente. Il prelievo si applica anche agli account gratuiti, come quelli di Google Drive, iCloud, Dropbox e OneDrive, e scatta indipendentemente dal fatto che nello spazio cloud siano effettivamente conservati contenuti protetti da copyright. Quindi anche se vi limitate a salvare nel cloud le vostre chat di WhatsApp o le foto delle vacanze, dovrete pagare comunque, senza se e senza ma.

La base giuridica che ha dato il là a questa estensione risale a una sentenza emessa dalla Corte di Giustizia UE nel 2022, quando il serve cloud è stato assimilato a un qualsiasi supporto ai fini dell’obbligo di compenso per compia privata. L’Italia ha deciso di applicare alla lettera questa sentenza, diventando, come ha sottolineato Diego Ciulli di Google, il primo Paese al mondo a fare questa scelta.

Le ripercussioni

Anche se il sottosegretario Mazzi precisa che di fatto di tratta di un adeguamento Istat, sono molte le perplessità sollevate dalla decisione del Governo italiano. In un’epoca in cui la quasi totalità delle opere protette viene “consumata” in streaming, la mossa italiana sembra anacronistica. Se negli anni 80 era “normale” acquistare un CD e fare una copia su cassetta per ascoltarla in auto o sul Walkman, sono davvero pochi gli utenti che ai giorni nostri copiano fisicamente la musica o i film su supporti magnetici o su SSD.

E meno che mai lo fanno sul cloud, dove al più sono salvate email, documenti personali o di lavoro, video e foto personali. La nuova tassa, oltretutto, costringe di fatto gli utenti a un doppio balzello: il primo, una tantum, quando viene acquistato il dispositivo (smartphone o PC che sia) e il secondo ogni mese, per il solo fatto di utilizzare un servizio cloud, anche quelli gratuiti messi a disposizione dai vari player del mercato.

Si, perché la tassa sul cloud si paga ogni mese, è pur vero che parliamo di cifre molto basse (3 centesimi al mese per 100GB), ma se contiamo quanti milioni di italiani hanno un qualsiasi servizio cloud, le somme incassate dalla SIAE assumono un valore tutt’altro che disprezzabile.