A poco più di un mese dal lancio di Muse, l’agente personale con cui Meta punta a far svolgere all’intelligenza artificiale compiti concreti al posto dell’utente, emerge un problema di privacy. Meta ha sospeso la funzione che permetteva di condividere tramite link le conversazioni con l’agente. La decisione è arrivata dopo che i ricercatori della società di sicurezza Claroc hanno individuato oltre 6.800 link a chat condivise, rintracciabili e consultabili anche da chi non li aveva mai ricevuti. Tra i contenuti esposti c’erano documenti aziendali interni e informazioni personali, dalla richiesta di un prestito per una piccola impresa a un avviso di frode bancaria con dati parziali del conto.

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Come funzionava la condivisione su Muse

Muse permette di condividere tramite link conversazioni, ricerche, immagini e altri contenuti generati dall’agente IA. Quando l’utente chiede di condividere una chat, Muse la pubblica come pagina web, che chiunque abbia il link può aprire senza accedere con un account. Claroc precisa che si tratta di una scelta voluta, perché è l’unico modo in cui il destinatario può aprirla. Il problema stava nel modo in cui veniva costruito l’indirizzo. Ogni pagina, infatti, riceveva un sottodominio formato dal titolo della conversazione e da un codice casuale, sotto il dominio usato da Meta per questi contenuti.

Quando qualcuno apre un link, il browser deve tradurre quel nome nel corrispondente indirizzo IP. I servizi di DNS passivo registrano queste richieste e le conservano in archivi consultabili. In questo modo anche il codice casuale, pensato per rendere l’indirizzo impossibile da indovinare, finiva registrato insieme al titolo. Secondo Claroc bastava una sola ricerca per ottenere migliaia di indirizzi, già leggibili grazie ai titoli delle conversazioni. Muse chiedeva ai motori di ricerca di non indicizzare le pagine condivise, ma questa precauzione non impedisce di raggiungerle in altri modi.

Il contenuto delle conversazioni

I ricercatori hanno interrogato un servizio commerciale di DNS passivo circa un mese dopo il debutto di Muse, avvenuto l’8 settembre. Una volta scartati i risultati non pertinenti, sono rimasti oltre 6.800 indirizzi, ciascuno corrispondente a una conversazione condivisa. Claroc ne ha aperti solo alcune centinaia, da una finestra di navigazione in incognito e senza effettuare l’accesso.

La maggior parte delle pagine era innocua, ma una minoranza conteneva informazioni delicate. Tra queste c’erano gli appunti di un candidato in vista di un colloquio riservato con un laboratorio di punta nel campo dell’IA, con il nome del referente interno e l’orario dell’incontro. Claroc ha trovato anche un’analisi dei ricavi destinata all’amministratore delegato di un’azienda di marketing, la richiesta di prestito di un piccolo imprenditore con l’importo richiesto, una lista di cose da fare con un avviso di frode bancaria e il calendario annuale delle ferie del personale di un’azienda. Alcune pagine condivise risultavano archiviate anche su urlscan.io, un servizio pubblico di analisi degli indirizzi web. Claroc afferma di non avere prove che qualcuno abbia sfruttato queste informazioni e di non aver diffuso dati che permettano di identificare le pagine coinvolte.

La risposta di Meta e i consigli dei ricercatori

Claroc ha segnalato il problema al programma di bug bounty di Meta l’8 ottobre, dieci giorni prima di pubblicare la ricerca. In una dichiarazione rilasciata ad Ars Technica, il portavoce di Meta Tracy Clayton ha ricordato che la condivisione crea una pagina accessibile a chi possiede il link. Ha aggiunto che l’azienda ha messo in pausa la funzione per esaminare la segnalazione e valutare modifiche al modo in cui i link possono essere individuati.

Claroc ricorda che non è la prima volta che le conversazioni condivise con un assistente IA diventano più pubbliche del previsto. Nel 2025 alcune chat di ChatGPT erano comparse nei risultati di Google, spingendo OpenAI a ritirare l’opzione che le rendeva indicizzabili. Poche settimane dopo, Google aveva indicizzato oltre 370.000 conversazioni con Grok. Per chi usa Muse, i ricercatori consigliano di non inserire informazioni personali superflue nelle chat destinate a essere condivise e di eliminare i link quando non servono più. Più in generale, invitano a considerare pubblico tutto ciò che si condivide con un assistente IA, finché non si è verificato il contrario.