OpenAI sta sviluppando un robot umanoide, e Sam Altman ha già le idee chiare su dove si trova la vera difficoltà del progetto: non nel corpo, ma nel cervello artificiale che dovrà farlo funzionare.

Nel podcast Sources, Altman ha risposto senza esitazioni alla domanda se OpenAI avrebbe realizzato un umanoide: “Lo faremo, sicuramente.” Ha poi aggiunto che l’azienda si cimenterà anche con altri fattori di forma, ma l’umanoide è confermato. La logica alla base di questa scelta è semplice quanto solida: il mondo è già progettato per corpi umani. Porte, scale, tastiere, cucine, attrezzature industriali, tutto è dimensionato e pensato per qualcuno con due braccia, due gambe e una certa statura. Un robot che condivide questa forma può operare negli stessi spazi senza richiedere adattamenti dell’ambiente circostante.

Per Altman, però, dotare una macchina di quattro arti non è nemmeno lontanamente la parte più complessa. La sfida vera sta nel costruire un sistema di intelligenza artificiale abbastanza sofisticato da interpretare il mondo fisico, pianificare le azioni e correggersi in tempo reale quando qualcosa non va come previsto, e nel mondo reale, qualcosa va quasi sempre storto.

Segui TuttoTech.net su Google Discover

Pubblicità-36%roborock Saros 20

Il “cervello” è la vera sfida

Robot umanoide OpenAI

Pensare a un “cervello” robotico come a un singolo componente rischia di semplificare eccessivamente il problema. Un robot umanoide capace deve essere in grado di elaborare i dati provenienti da telecamere e sensori, interpretare un’istruzione verbale o contestuale, decidere come eseguirla, coordinare ogni singolo movimento del corpo e, soprattutto, adattarsi quando la realtà si discosta dal piano. Prendere una tazza dal tavolo, per esempio, richiede identificare l’oggetto, localizzare il manico, stimare la presa corretta ed esercitare la giusta forza: un errore in uno qualsiasi di questi passaggi si traduce in una tazza rotta o in un pavimento da pulire.

OpenAI non è nuova a questo tipo di problemi. Il progetto Dactyl, sviluppato anni fa, aveva insegnato a una mano robotica come manipolare oggetti reali usando un addestramento svolto interamente in simulazione, una tecnica poi applicata alla risoluzione di un cubo di Rubik. Quella ricerca aveva già messo in evidenza uno dei nodi irrisolti della robotica moderna: un modello può imparare cosa dovrebbe accadere nel software, ma è la fisica del mondo reale ad avere l’ultima parola.

Oggi OpenAI sta reclutando attivamente per affrontare queste sfide. Le posizioni aperte nella divisione robotica, 27 al momento, stando alla pagina Carriere dell’azienda, spaziano dal controllo del movimento alla stima dello stato, dal controllo degli attuatori al comportamento complessivo del robot, fino all’infrastruttura di machine learning necessaria per addestrare sistemi AI fisici. Vale la pena ricordare che OpenAI ha riavviato la sua divisione robotica interna nel 2025 dopo una pausa di cinque anni, e da allora il flusso di assunzioni in questo ambito è stato costante.

Il corpo, gli obiettivi e la concorrenza

Robot umanoide OpenAI

L’enfasi di Altman sull’intelligenza non significa che l’hardware venga trattato come un dettaglio secondario. Le offerte di lavoro di OpenAI indicano che l’azienda sta sviluppando attuatori elettromeccanici personalizzati, che integrano motori, trasmissioni, sistemi di rilevamento e gestione termica, e che altre posizioni riguardano la produzione e la catena di approvvigionamento necessaria per scalare la produzione. Non è esattamente il profilo di chi considera il corpo “meno importante”.

Sul fronte della tabella di marcia, Altman ha dichiarato a Fortune che entro il 2027 ci sarà una demo “davvero spettacolare”, ma che i robot nelle strade sono ancora a qualche anno di distanza. Questa tempistica si inserisce nella visione più ampia che Altman ha tracciato nel suo saggio The Gentle Singularity: agenti AI al lavoro su compiti intellettuali nel 2025, scoperte scientifiche assistite dall’AI nel 2026, e nel 2027 l’ingresso dei robot nel mondo fisico. Nel lungo periodo, la prospettiva è ancora più ambiziosa, un futuro in cui il primo milione di umanoidi viene prodotto dagli esseri umani in modo tradizionale, per poi lasciare che siano i robot stessi a lavorare nelle fabbriche, trasportare merci e contribuire alla creazione della generazione successiva di macchine.

Gli obiettivi dichiarati di OpenAI seguono una progressione in due fasi: a breve termine, robot polivalenti per supportare i lavoratori qualificati nella costruzione di infrastrutture; a lungo termine, un robot personale capace di gestire una gamma molto più ampia di compiti domestici e quotidiani. Chi sta già immaginando un ChatGPT con le gambe che lava i piatti dovrà pazientare ancora un po’: non esiste ancora un prodotto annunciato, né un prezzo, né un modello di abbonamento, né una data di uscita, per non parlare di un framework sulla privacy specifico per una macchina dotata di telecamere e microfoni che si aggira per casa.

Il contesto competitivo non è privo di precedenti illustri. Tesla lavora su Optimus da anni, mentre XPENG ha recentemente mostrato il suo umanoide IRON camminare autonomamente fuori dalla linea di assemblaggio. Sul fronte delle collaborazioni, OpenAI aveva investito 675 milioni di dollari in Figure AI nel 2024, ma quella partnership si è conclusa quando il CEO di Figure, Brett Adcock, ha deciso di sviluppare internamente la propria tecnologia. La robotica, evidentemente, non è un settore in cui si condivide facilmente il vantaggio competitivo.