Chi ha qualche anno ricorderà il fascino di inserire il floppy o la cartuccia (poi sostituiti da CD e schede di memoria) nella console per giocare ai propri videogiochi preferiti. Una dimensione fisica che è andata via via scomparendo con la digitalizzazione anche di questo settore. Se non si possono non considerare i tanti benefici (compresi quelli legati all’ingombro delle confezioni dei vari giochi), bisogna tenere conto anche degli aspetti critici. Tra questi c’è anche che il passaggio quasi totale del mercato dei videogiochi ai formati digitali rende problematico il loro utilizzo con il passare del tempo.
Possedere oggi un videogioco non significa più necessariamente poterlo usare per sempre. Quando l’azienda produttrice di quel titolo decide di chiudere i server per chi ha acquistato quel gioco non ci sono alternative. E a oggi non ci sono tutele legali che obblighino l’azienda a garantire ai giocatori un’alternativa. Paradossalmente oggi è più facile giocare a un titolo sulla prima Nintendo o la prima PlayStation che sulle console moderne.
La conseguenza è che non si acquista più un bene, ma un servizio, con tutte le differenze del caso. Perché senza il server sul quale farlo girare, il gioco acquistato dall’utente è di fatto un prodotto inutilizzabile. È quello che è successo nel 2024 con la nascita del movimento Stop Killing Games in risposta a Ubisoft che ha chiuso i server del gioco di guida online The Crew, arrivando a far sì che il titolo venisse rimosso dalle librerie digitali dei giocatori che lo avevano acquistato. Quella decisione ha acceso un ampio dibattito (superando 1,45 milioni di firme a settembre e ottenendo il sostegno pubblico di un vicepresidente del Parlamento Europeo) sul diritto degli utenti ad accedere ai giochi comprati o concessi in licenza, oltre a discussioni più filosofiche sul concetto di proprietà e di conservazione in un panorama dell’intrattenimento sempre più digitale.
Ora la Commissione europea ha risposto a questa richiesta, ma lo ha fatto scegliendo di non intervenire con una legge vincolante. Il motivo? Secondo Bruxelles, sta nelle normative esistenti su copyright e proprietà intellettuale, che renderebbero impraticabile un obbligo di questo tipo.
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La posizione della Commissione europea
La Commissione ha dichiarato che lavorerà per “esplorare modi per migliorare gli standard del settore” relativi ai giochi che possono diventare inaccessibili ai rispettivi proprietari. Per chiarezza va detto che nel comunicato ufficiale, l’esecutivo europeo si riferisce all’iniziativa con il suo nome legale, “Stop Destroying Videogames”, la denominazione formale con cui la proposta è stata registrata come Iniziativa dei Cittadini Europei. Si tratta in ogni caso di un passaggio significativo rispetto a quanto richiesto dall’iniziativa, che puntava a un intervento normativo capace di obbligare sviluppatori e publisher a garantire la giocabilità dei titoli anche dopo la fine del supporto ufficiale.
Secondo quanto comunicato dall’esecutivo europeo, una legge vincolante non potrebbe essere introdotta a causa delle normative esistenti in materia di copyright e proprietà intellettuale. Al posto di una riforma legislativa, i prossimi passi della Commissione prevedranno una collaborazione diretta con l’industria dei videogiochi per sviluppare un codice di condotta. Questo documento dovrebbe definire le aspettative su come sviluppatori e publisher gestiscono il fine vita dei propri titoli. La Commissione ha inoltre annunciato che lavorerà con organizzazioni di consumatori e autorità competenti per sensibilizzare il pubblico sui diritti applicabili alla tutela dei consumatori, con un report previsto entro la fine del 2026.
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