Su Reddit è esplosa una discussione che ha rapidamente scalato le classifiche del subreddit dedicato a Oura: uno sviluppatore ha pubblicato un progetto open source che consente di accedere ai propri dati di salute raccolti dall’anello senza passare per l’app ufficiale, quella che richiede un abbonamento mensile per mostrare la maggior parte delle metriche.

Il post è diventato in pochi giorni il più votato della community, segno evidente che la questione tocca un punto dolente per molti possessori dell’anello smart. Scendiamo nei dettagli.

Come funziona il software open-source per visualizzare i dati Oura senza abbonamento

Prima di tutto, è bene chiarire cosa non è questo progetto. Infatti non stiamo parlando di una modifica hardware che bypassa i sensori o intercetta i dati in tempo reale dall’anello. Bensi, l’applicazione lavora esclusivamente con le informazioni che ogni utente può già scaricare dal proprio account Oura, sia manualmente sia in modo automatizzato tramite le API ufficiali.

Nel progetto, dal nome piuttosto autoesplicativo “Cracked Oura“, sviluppatore prende questi dati e li presenta in un’interfaccia alternativa, con grafici e riepiloghi che girano interamente sul dispositivo dell’utente. Niente cloud, abbonamenti o punteggi proprietari. Appaiono solo i numeri grezzi, visualizzati in modo diverso. Si tratta, in parole povere, di un contenitore, una cornice, sviluppata in maniera indipendente, per i dati del proprio anello Oura

Chi ha creato il progetto non nasconde che si tratta di un progetto agli albori del proprio sviluppo: ci sono numerosi bug e, in generale, l’interfaccia è grezza e serve una certa dimestichezza tecnica per farlo funzionare. Non è pensato per sostituire l’app ufficiale, almeno non nella sua forma attuale.

La crescente frustrazione per il modello a pagamento

Il successo di questo post racconta una storia che va oltre il singolo progetto ma che ben riflette l’attuale panorama dei software e applicazione con modello di business ad abbonamento. Molti utenti Oura mal digeriscono il fatto che l’anello raccolga dati 24 ore su 24, ma per vederne la maggior parte serva pagare un canone mensile. Punteggi del sonno, indice di prontezza, trend settimanali: tutto bloccato dietro un paywall.

Di fatto, anche su queste pagine vi abbiamo raccontato come ogni qualvolta un nuovo competitor tenti di sfidare Oura una delle leve principali è tentare di proporre una soluzione priva di abbonamenti; vero punto debole del brand statunitense, come evidenziato ancora una volta da questa storia.

C’è chi accetta volentieri questo modello, riconoscendo il valore degli algoritmi e dell’elaborazione che Oura offre. Ma c’è anche chi si chiede perché debba continuare a pagare per accedere a informazioni che, in fondo, il suo stesso corpo ha generato.

Nei commenti al post si legge meno entusiasmo per l’app in sé e più una riflessione collettiva su un tema più ampio: a chi appartengono davvero i dati sulla nostra salute una volta che finiscono sui server di un’azienda? È una domanda che riguarda l’intero settore dei wearable, da Fitbit a Garmin, ma Oura si trova in una posizione particolare perché si propone come dispositivo quasi clinico, venduto a un pubblico che si aspetta una trasparenza praticamente totale sui propri dati.

I limiti da tenere a mente

Bisogna essere realistici. Questo progetto non regala le funzionalità premium di Oura, non replica gli algoritmi proprietari che calcolano i punteggi e non offre alcuna validazione medica. Mostra semplicemente i dati in un formato alternativo, senza le interpretazioni elaborate dall’azienda.

Inoltre, utilizzare strumenti non ufficiali comporta dei rischi. Oura potrebbe modificare in futuro le modalità di esportazione dei dati o prendere provvedimenti verso chi utilizza le API in modi non previsti. Chi sperimenta con questi progetti lo fa sapendo di muoversi in una zona grigia.

Un segnale che i produttori dovrebbero cogliere

Che questo specifico progetto decolli o meno, il messaggio per l’industria dei wearable è comunque inequivocabile. Gli utenti sono sempre più consapevoli e sempre meno disposti ad accettare passivamente le condizioni imposte dai produttori. Se c’è qualcosa che il mondo della tecnologia ci ha insegnato nel corso degli anni è che quando la community di un brand inizia a costruire alternative fai-da-te, significa che qualcosa nel rapporto tra azienda e utenti si è incrinato.

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