La partita tra Cloudflare e il sistema italiano Piracy Shield entra ufficialmente in una fase di scontro frontale, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) ha infatti inflitto una sanzione da 14 milioni di euro al colosso statunitense per essersi rifiutato di bloccare i siti pirata tramite il proprio resolver DNS pubblico 1.1.1.1, aprendo uno dei casi più delicati (e potenzialmente esplosivi) nel rapporto tra tutela del copyright, infrastrutture di rete e libertà di internet.

Cloudflare dal canto suo, non solo annuncia ricorso contro la multa definita apertamente ingiusta, ma ha anche minacciato di ritirare i propri server dall’Italia, interrompere servizi gratuiti e congelare qualsiasi investimento futuro nel Paese, trasformando una disputa regolatoria in una questione geopolitica e industriale.

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La multa e il nodo Piracy Shield

Secondo quanto comunicato dall’AGCOM, la sanzione è stata comminata in base alla legge Piracy Shield adottata nel 2024, che impone agli operatori coinvolti di bloccare entro 30 minuti i nomi di dominio e gli indirizzi IP segnalati dai titolari dei diritti d’autore, soprattutto in relazione alla pirateria sportiva in diretta.

Nel caso specifico, l’ordine risale a febbraio 2025 e prevedeva che Cloudflare disattivasse la risoluzione DNS e il routing del traffico verso una serie di indirizzi IP indicati come esclusivamente dedicati ad attività di violazione del copyright; l’AGCOM ha applicato una sanzione pari all’1% del fatturato annuo, a fronte di un massimo previsto dalla legge del 2%.

Cloudflare ha però rifiutato di adeguarsi, sostenendo che l’introduzione di filtri su un sistema che gestisce circa 200 miliardi di richieste DNS al giorno avrebbe avuto un impatto significativo sulla latenza e sulla qualità del servizio, con potenziali effetti collaterali anche su siti del tutto legittimi.

Argomentazioni che l’AGCOM ha respinto, affermando che il blocco richiesto non avrebbe comportato rischi di overblocking, dal momento che gli indirizzi IP segnalati sarebbero stati destinati esclusivamente alla pirateria.

Restano i dubbi su overblocking e danni collaterali

Il tema dell’overblocking resta però centrale, e spesso e volentieri torna a emergere quando si parla di Piracy Shield. Un rapporto del settembre 2025 ha infatti documentato come il sistema abbia colpito centinaia di siti web legittimi, causando interruzioni di servizi a operatori inconsapevoli e dimostrando, allo stesso tempo, come molti streamer illegali riescano comunque a eludere i blocchi sfruttando l’ampiezza dello spazio di indirizzamento IP.

Secondo i ricercatori, si tratterebbe addirittura di una stima conservativa al ribasso, con effetti a catena che finiscono per contaminare interi intervalli di indirizzi IP, rendendoli inutilizzabili anche per servizi leciti.

Non a caso, già in passato il servizio aveva mostrato evidenti criticità: nell’ottobre 2024 ad esempio, Google Drive era stato erroneamente bloccato, causando un blackout di tre ore per gli utenti italiani, con strascichi che a distanza di 12 ore vedevano ancora il 13,5% degli utenti bloccato a livello IP e il 3 % a livello DNS.

La risposta di Cloudflare

A rendere il caso ancora più rilevante è stata la reazione pubblica di Matthew Prince, co-fondatore e CEO di Cloudflare, che non ha usato mezzi termini nel commentare la decisione italiana.

Secondo Prince, Piracy Shield rappresenterebbe un piano di censura di internet, capace di imporre (senza supervisione giudiziaria, senza giusto processo e senza reali meccanismi di ricorso) la rimozione di qualsiasi sito ritenuto sgradito da una ristretta cerchia di detentori dei diritti, con effetti potenzialmente globali e non limitati al solo territorio italiano.

Particolarmente critica, agli occhi di Cloudflare, è la richiesta di intervenire direttamente sul resolver DNS 1.1.1.1, uno strumento utilizzato a livello mondiale, che rischierebbe di oscurare qualsiasi sito internet ben oltre i confini nazionali.

Prince ha inoltre annunciato una serie di possibili contromisure, tra cui:

  • l’interruzione dei servizi di sicurezza informatica pro bono per le Olimpiadi di Milano-Cortina
  • la sospensione dei servizi gratuiti per gli utenti con sede in Italia
  • la rimozione di tutti i server dalle città italiane
  • l’abbandono di qualsiasi piano di investimento nel Paese

Il tutto accompagnato da un commento tanto lapidario quanto emblematico: “Gioca a giochi stupidi e vinci premi stupidi“.

Non solo Cloudflare, anche Google nel mirino

Cloudflare non è l’unica grande azienda tecnologica a finire sotto la lente di Piracy Shield, l’AGCOM ha ricordato che, negli ultimi due anni, il sistema ha portato al blocco di oltre 65.000 nomi a dominio e circa 14.000 indirizzi IP, e che in passato anche Google era stata destinataria di ordini di blocco a livello DNS.

La Computer & Communications Industry Association (CCIA), che rappresenta realtà come Cloudflare e Google, ha più volte criticato la legge, sottolineando come l’inclusione di resolver DNS pubblici e VPN sia problematica, trattandosi di servizi fondamentali per la sicurezza, la privacy e la libertà di espressione.

Secondo la CCIA il sistema italiano soffre di procedure di verifica poco chiare, mancanza di trasparenza e assenza di meccanismi di ricorso, aggravate dal fatto che la piattaforma Piracy Shield sia stata sviluppata da una società affiliata alla Lega Serie A, una delle principali entità autorizzate a segnalare contenuti.

Uno scontro destinato a fare scuola

Il caso Cloudflare-Piracy Shield va ben oltre la singola multa da 14 milioni di euro, si tratta di uno scontro che tocca nodi cruciali dell’internet moderno: chi deve farsi carico del contrasto alla pirateria, con quali strumenti, e soprattutto a quale prezzo in termini di diritti, neutralità della rete e funzionamento delle infrastrutture globali.

Nei prossimi mesi sarà interessante capire se il braccio di ferro si sposterà anche a livello europeo o internazionale e se l’Italia deciderà di rivedere, almeno in parte, un sistema che continua a sollevare forti perplessità. Nel frattempo, utenti e operatori dovranno probabilmente pazientare ancora un po’, in attesa di capire se questa battaglia segnerà un precedente o resterà un caso isolato.