Dal 22 ottobre 2026 è operativo anche in Italia il decreto che recepisce la direttiva europea sul diritto alla riparazione. L’obiettivo è allungare la vita di smartphone, elettrodomestici e altri beni di consumo, riducendo gli sprechi. Il testo, che introduce nuovi obblighi per i produttori e tutele più ampie per chi acquista, era atteso per il 31 luglio 2026, ma nel nostro Paese è arrivato con qualche mese di ritardo.

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Cosa devono fare i produttori: riparazioni fuori garanzia e ricambi

La direttiva 2024/1799 punta a rafforzare i diritti di chi compra, riconoscendo la possibilità di far riparare i propri prodotti a condizioni eque e a costi ragionevoli, affidandosi eventualmente a riparatori indipendenti. Il fine è spingere verso la riparazione dei beni di consumo, limitare lo smaltimento anticipato di prodotti ancora recuperabili e contrastare l’obsolescenza programmata.

Tra le novità più concrete, chi sceglie di riparare un prodotto acquistato a partire dal 31 luglio 2026 ottiene una proroga di un anno della garanzia legale. I produttori, dal canto loro, dovranno intervenire anche fuori garanzia sui beni più diffusi e assicurare la disponibilità dei ricambi per un periodo compreso tra 7 e 10 anni. La lista dei prodotti coinvolti è lunga: smartphone e cellulari, tablet, telefoni cordless, display elettronici, server e prodotti di archiviazione dati, lavatrici, lavasciuga e asciugatrici, lavastoviglie, aspirapolvere, apparecchi di refrigerazione, apparecchiature di saldatura, beni che incorporano batterie per mezzi di trasporto leggeri e apparecchi per il riscaldamento d’ambiente locale a uso domestico. Previsti anche il divieto di rifiutare un intervento solo perché il bene è già stato aperto da terzi e il modulo europeo di informazioni, una sorta di preventivo standard valido 30 giorni.

Nel dettaglio, la riparazione dovrà essere garantita anche dopo la scadenza della garanzia, direttamente o tramite altri professionisti, e sul sito del produttore, liberamente accessibile, dovranno comparire le informazioni sul servizio e i prezzi indicativi degli interventi più comuni. Serviranno inoltre informazioni tecniche, ricambi e strumenti utili a chiunque voglia mettere mano al prodotto. Un rifiuto basato solo su ragioni economiche, per esempio perché l’intervento costerebbe troppo, non sarà più ammesso; se la riparazione risulterà impossibile, si potrà proporre al consumatore un prodotto ricondizionato.

Vietati anche gli ostacoli di progettazione: niente componenti non smontabili, codici o password proprietarie che impediscano la diagnosi del guasto. Il divieto non si applica quando le limitazioni rispondono a esigenze legittime e oggettive, come la sicurezza o la tutela della proprietà intellettuale. Nessuna clausola contrattuale potrà impedire al consumatore o a un tecnico indipendente di effettuare la riparazione, e per favorire la concorrenza i riparatori indipendenti potranno usare ricambi originali, usati, compatibili o realizzati con la stampa 3D, purché rispettino le norme su sicurezza e proprietà intellettuale.

Prezzi massimi non ce ne sono, ma il costo di ricambi e strumenti non deve scoraggiare la riparazione: gli interventi vanno offerti gratuitamente oppure a un costo ragionevole. Quanto ai tempi, non esistono scadenze precise, solo un periodo ragionevole che decorre da quando il produttore prende in carico il bene o ne ottiene l’accesso. Se le tempistiche non fossero compatibili con le esigenze del consumatore, potrà essere messo a disposizione un bene sostitutivo, gratis o a un costo ragionevole, per tutta la durata dell’intervento.

Rafforzato, infine, l’accesso ai pezzi di ricambio: nei casi previsti dalla normativa i produttori dovranno renderli disponibili non solo a riparatori e ricondizionatori indipendenti, ma anche a chi acquista. I tempi dipendono dalla categoria merceologica, ma nella maggior parte dei casi si parla di almeno sette-dieci anni dal momento in cui l’ultima unità di quel modello è stata immessa sul mercato.

Garanzia, conformità e il nodo degli incentivi

Per i prodotti comprati dal 31 luglio 2026 la riparabilità diventa un requisito di conformità: il bene dovrà essere progettato per poter essere smontato e riparato. In caso contrario, il consumatore potrà far valere la garanzia legale di conformità anche senza un vero difetto di funzionamento.

Quando il prodotto rientra nella garanzia legale di conformità, la riparazione resta gratuita come è sempre stato. Fuori garanzia, invece, le nuove regole la favoriscono, ma l’intervento rimane nella maggior parte dei casi a pagamento. Durante il periodo coperto, il referente è il venditore, responsabile della conformità; dopo la scadenza bisogna rivolgersi al produttore o a un riparatore di propria scelta. Se il produttore ha sede fuori dall’Unione Europea, gli obblighi ricadono sul suo rappresentante autorizzato nell’Unione e, in mancanza di questo, passano all’importatore e in ultima istanza al distributore.

C’è però un punto dolente, segnalato la scorsa estate e ribadito in queste ore da Altroconsumo: in Italia non sono previsti incentivi economici, come voucher o agevolazioni fiscali, per spingere i consumatori verso la riparazione, nonostante la direttiva inviti gli Stati membri a promuoverla. Secondo l’organizzazione, se non si abbassano i costi degli interventi il diritto alla riparazione rischia di funzionare solo a metà, da cui l’auspicio che il governo introduca strumenti concreti e allarghi progressivamente gli obblighi a un numero maggiore di prodotti.

Tra le novità previste ma non ancora disponibili c’è anche una piattaforma europea, grazie a cui individuare facilmente riparatori, venditori di prodotti ricondizionati, operatori che acquistano beni difettosi per recuperarli e realtà come i repair café. Non arriverà però prima di luglio 2027.