La corsa dei costruttori cinesi in Europa non si limita più alle sole auto elettriche a batteria, e ora anche il segmento delle ibride plug-in finisce sotto pressione. Volkswagen ha chiesto all’Unione Europea di intervenire rapidamente sulle ibride plug-in prodotte in Cina, un appello che arriva proprio mentre il colosso cinese continua a muoversi su più fronti nel Vecchio Continente, tra la ricerca di stabilimenti sottoutilizzati da rilevare e il lancio di modelli pensati appositamente per il mercato europeo.

Secondo Oliver Blume, amministratore delegato del gruppo tedesco, le attuali regole non garantirebbero condizioni di concorrenza equilibrate, mentre i costruttori cinesi starebbero guadagnando terreno a un ritmo molto rapido.

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I numeri e la richiesta di Volkswagen a Bruxelles

Nel primo semestre dell’anno, i marchi cinesi hanno venduto in Europa 208.368 auto ibride plug-in, conquistando il 28,3% del segmento. I tre modelli più venduti sono stati tutti cinesi: BYD Seal U, BYD Atto 2 e Jaecoo 7. La Volkswagen Tiguan, leader nel 2025, è scesa al quarto posto.

Non abbiamo tempo da perdere“, ha dichiarato Blume durante la presentazione dei risultati semestrali del gruppo, auspicando una decisione politica nei prossimi mesi.

La richiesta di Volkswagen è di estendere alle ibride plug-in un sistema simile a quello introdotto per le auto elettriche a batteria costruite in Cina. Per queste ultime, ai normali dazi d’importazione del 10% possono aggiungersi dazi supplementari che portano il prelievo complessivo fino al 35%, con aliquote peraltro differenziate a seconda del produttore: BYD paga circa il 17%, Geely il 18,8%, mentre a SAIC, che non aveva collaborato all’indagine antidumping avviata dalla Commissione nel 2023, è stata applicata una tariffa unica del 35,3%.

La situazione sarebbe invece diversa per le ibride plug-in, che non sono interessate dalle stesse misure e stanno diventando uno dei principali strumenti utilizzati dai marchi cinesi per crescere nel mercato europeo. L’UE starebbe già valutando l’introduzione di dazi aggiuntivi sulle ibride plug-in importate dalla Cina, ma al momento non è stata annunciata una decisione definitiva.

BYD e Jaecoo davanti alla Volkswagen Tiguan

Il peso dei modelli cinesi emerge con particolare evidenza dalla classifica delle vendite, come testimoniato dalla BYD Seal U, SUV di medie dimensioni, che è risultata la ibrida plug-in più venduta in Europa nei primi sei mesi. Alle sue spalle si sono posizionate la più compatta BYD Atto 2 e la Jaecoo 7, anch’essa appartenente al segmento dei SUV medi.

La crescita non vale solo per le auto ibride plug-in, ma nel primo semestre, i costruttori cinesi hanno venduto complessivamente 685.990 auto in Europa, il 101% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La loro quota è così passata dal 5% al 9,5%, in un mercato europeo cresciuto del 5,9% fino a 7,2 milioni di veicoli.

Secondo Blume, la forte pressione competitiva presente sul mercato cinese sta spingendo i produttori locali a puntare sempre di più sulle esportazioni. L’Europa rappresenta uno degli sbocchi principali, grazie alle dimensioni del mercato e alla crescente domanda di modelli elettrificati.

È bene ricordare che i marchi cinesi riescono spesso a proporre prezzi competitivi grazie a costi di produzione inferiori, catene di fornitura integrate e una forte presenza nella produzione di batterie, elementi che BYD sta peraltro consolidando ulteriormente in Europa attraverso trattative per acquisire stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia tra i Paesi coinvolti nelle discussioni.

Volkswagen valuta di importare alcuni modelli dalla Cina

Ma se da una parte Blume chiede di limitare la diffusione di veicoli cinesi, dall’altra Volkswagen potrebbe sfruttare i minori costi industriali cinesi a proprio vantaggio.

Blume ha aperto alla possibilità di importare in Europa alcuni modelli Volkswagen prodotti in Cina, un’opzione non priva di contraddizioni se si considera che il gruppo paga già una tariffa del 20,7% sulle Cupra prodotte in Cina con JAC, oltre alla tariffa base del 10%.

Il gruppo non intende condividere i propri stabilimenti europei con costruttori cinesi per aumentare il loro livello di utilizzo, una strada già scelta da altri concorrenti, come ad esempio Ford e Geely le quali stanno creando una joint venture per produrre modelli elettrificati nello stabilimento di Valencia, mentre Stellantis inizierà a costruire nelle fabbriche spagnole automobili del partner cinese Leapmotor.

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