Il tema delle terre rare come leva geopolitica in mano a Pechino non è certo nuovo: avevamo già raccontato di come, nell’aprile 2025, la Cina avesse fermato l’export di questi materiali in risposta ai dazi USA, introducendo un sistema di licenze dai tempi tutt’altro che certi.

Quella mossa, all’epoca già capace di generare allarme lungo tutta la filiera automotive mondiale, torna ora al centro dell’attenzione con un nuovo report che ci fa capire nel concreto per la prima volta l’entità reale del rischio.

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Un allarme da 5.500 miliardi di euro

Annunciate lo scorso ottobre, le restrizioni cinesi alle esportazioni di terre rare potrebbero avere conseguenze pesanti sull’industria mondiale dell’auto elettrica. A lanciare l’allarme è questa volta l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), secondo cui l’applicazione piena delle misure di Pechino metterebbe a rischio produzioni per un valore complessivo di 5.500 miliardi di euro al di fuori della Cina.

Secondo il rapporto Global Critical Minerals Outlook, l’entrata in vigore della stretta potrebbe provocare interruzioni nelle catene di approvvigionamento di più settori contemporaneamente: quello automotive, che utilizza questi materiali nei motori elettrici, ma anche quello tecnologico, energetico e della difesa.

Europa e Stati Uniti risulterebbero le aree più colpite in assoluto, rappresentando da sole quasi la metà dell’impatto economico complessivo stimato dall’Agenzia.

Anche la grafite per le batterie è nel mirino

L’Agenzia mette in guardia anche su un possibile giro di vite sulla grafite, elemento fondamentale per gli anodi delle batterie agli ioni di litio che alimentano la stragrande maggioranza delle auto elettriche oggi in commercio.

Se anche queste ulteriori limitazioni dovessero entrare in vigore, si aggiungerebbero altri 255 miliardi di euro di produzioni a rischio, un dato che si somma a quello già enorme relativo alle terre rare vere e proprie.

Un rischio che, va detto, era già emerso con chiarezza al momento del primo stop cinese all’export dello scorso anno, quando gli analisti avevano sottolineato come la Cina controlli attorno al 90% sia della produzione mondiale di magneti permanenti (come potete notare nel grafico sottostante dell’ISPI), sia di tutte le fasi di lavorazione dei 17 elementi chimici che compongono le terre rare, dal neodimio al disprosio, elementi ormai indispensabili non solo per l’automotive ma anche per l’elettronica di consumo, i sistemi radar e diverse applicazioni militari.

Il nodo, in realtà, non riguarda soltanto i magneti visto che Pechino controlla anche circa il 65% della capacità globale di raffinazione del litio e domina circa il 70% del mercato mondiale delle batterie per veicoli elettrificati, grazie a colossi come CATL e BYD. Una concentrazione così marcata dell’intera filiera, dall’estrazione fino al prodotto finito, rende molto complesso per i costruttori occidentali trovare alternative rapide qualora le restrizioni dovessero effettivamente scattare per davvero.

Alcuni produttori europei, va detto, avevano già iniziato a lavorare su una possibile via d’uscita tecnologica: marchi come Renault e BMW, insieme all’italiana Green Silence Group, avevano annunciato lo sviluppo di motori elettrici privi di terre rare. Però sono comunque soluzioni ancora lontane da un vero e proprio debutto commerciale su larga scala, il che lascia la filiera esposta nel breve periodo a un’eventuale stretta delle esportazioni cinesi.

L’Occidente cerca alternative

Per ridurre la dipendenza da Pechino, negli ultimi anni Europa e Stati Uniti hanno aumentato in modo sensibile gli investimenti nelle materie prime critiche. Secondo l’IEA, tra il 2023 e il 2025 i finanziamenti pubblici destinati a nuovi progetti sono più che quadruplicati, arrivando a toccare i 65 miliardi di dollari complessivi.

L’apertura di nuovi impianti di raffinazione negli Stati Uniti e in Malesia ha già iniziato a dare i propri frutti, riducendo la quota cinese nel mercato mondiale delle terre rare dal 90% del 2023 all’85% del 2025.

Se tutti i progetti attualmente annunciati verranno completati nei tempi previsti, questa quota potrebbe scendere fino al 70% entro il 2035, un traguardo comunque lontano nel tempo che lascia la filiera automotive esposta a possibili scossoni nel breve e medio periodo.

Resta dunque da capire quanto rapidamente l’Occidente riuscirà davvero a ridurre questa dipendenza strutturale, in un settore dove pianificare e costruire una nuova fabbrica di raffinazione richiede anni, mentre una singola decisione politica di Pechino può, di fatto, cambiare gli equilibri dell’intera filiera nel giro di poche settimane.

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