Ogni volta che chiedete qualcosa a un chatbot, da qualche parte nel mondo un server si scalda, una ventola gira, dell’acqua evapora e un contatore elettrico avanza. Preso singolarmente, l’impatto è ridicolo: un prompt di intelligenza artificiale consuma circa 0,0003 kWh e poche gocce d’acqua. Ma quando i prompt diventano miliardi al giorno, quelle gocce diventano fiumi e quei millesimi di kilowattora diventano la quinta economia energetica del pianeta. La domanda che sempre più cittadini, amministratori e associazioni si pongono nel 2026 non è più se l’AI consumi troppo, ma chi pagherà il conto di questo consumo. E la risposta, come vedremo, è tutt’altro che scontata.
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I numeri di un’espansione senza precedenti
Partiamo dalla scala del fenomeno, perché senza i numeri è impossibile capire la posta in gioco. Nel 2024 i data center di tutto il mondo hanno consumato circa 415 terawattora di elettricità, pari a circa l’1,5% del consumo elettrico mondiale. Una cifra che sembra contenuta, finché non si guarda il ritmo di crescita: dal 2017 il settore cresce a un tasso annuo composto del 12%, più di quattro volte la velocità di crescita del consumo elettrico globale complessivo. Le proiezioni indicano che entro il 2026 i data center potrebbero avvicinarsi a 1.050 TWh. Se fossero un Paese, si collocherebbero al quinto posto nella classifica mondiale dei consumatori di elettricità, tra il Giappone e la Russia.
Il consumo idrico segue la stessa traiettoria. Nel 2023 i data center statunitensi hanno consumato direttamente oltre 64 miliardi di litri d’acqua, l’84% dei quali nelle grandi strutture hyperscale e di colocation. Le stime parlano di un consumo che potrebbe arrivare fino a 125 miliardi di litri annui entro il 2028 nei soli impianti hyperscale. A livello globale, i consumi idrici del settore superano già i 560 miliardi di litri l’anno, con proiezioni che guardano a oltre 1.200 miliardi entro il 2030 se l’espansione continuerà senza mitigazioni. Per dare concretezza a queste cifre: un singolo centro da 100 MW può consumare circa 2 milioni di litri d’acqua al giorno, l’equivalente del fabbisogno quotidiano di circa 6.500 famiglie.
La ragione di questa sete è tecnica. L’elaborazione dei dati richiede una enorme potenza di calcolo ai microchip, che si surriscaldano per effetto Joule arrivando a temperature superiori ai 45 gradi. Per raffreddarli, gran parte dei data center utilizza sistemi evaporativi: torri di raffreddamento in cui l’acqua evapora sottraendo calore. Quell’acqua, una volta evaporata, non torna nel sistema idrico locale. È consumo netto, non semplice prelievo.
L’Italia e il nodo della crisi idrica
Il fenomeno tocca da vicino anche l’Italia, che si sta candidando a diventare un hub digitale europeo. A fine ottobre 2025 erano stati superati i 66 GW di richieste di connessione alla rete di trasmissione di Terna per nuovi data center, con progetti concentrati per oltre l’80% al Nord e per quasi 20 GW nella sola area milanese. Le richieste di connessione alla rete in alta tensione, secondo l’Osservatorio del settore, sono passate da 5 nel 2019 a 450 nel 2026. La stima sui consumi elettrici del settore al 2035 oscilla tra il 7% e il 13% del totale nazionale, contro l’1,9% del 2024.
Il problema è che questa espansione si innesta su un sistema idrico già fragile. In Italia la crisi dell’acqua si fa sentire ogni anno, tra siccità, alluvioni e dispersione dovuta a una rete colabrodo. Nel 2024 i danni della crisi idrica alla sola agricoltura avevano raggiunto gli 8,5 miliardi di euro. Inserire in questo quadro strutture che, nei grandi campus, possono consumare milioni di litri al giorno per ogni 100 MW di potenza significa aggiungere il fabbisogno di una città di decine di migliaia di abitanti a una rete già sotto pressione. La concentrazione geografica peggiora le cose: i data center si addensano in Lombardia, Piemonte e Veneto, e l’acqua che li raffredda è spesso quella che proviene dalle Alpi, una risorsa che la crisi climatica rende sempre più critica.
Una recente analisi sui dati trasmessi dai data center europei ha mostrato che quasi il 20% si trova in aree con almeno 165 giorni di raffrescamento l’anno, una condizione che aumenta sensibilmente il fabbisogno di raffreddamento. Il rischio concreto è intensificare la competizione tra usi industriali, agricoli e domestici dell’acqua, proprio mentre il cambiamento climatico rende più scarsa la disponibilità della risorsa. È la ricetta perfetta per un conflitto sull’allocazione di un bene comune.
Il meccanismo nascosto: perché le bollette di tutti possono salire
Arriviamo al cuore della questione, ovvero chi paga. E qui emerge un meccanismo che molti cittadini ignorano, ma che gli esperti di regolazione energetica conoscono bene. Quando un nuovo data center si collega alla rete, le utility elettriche devono spendere miliardi per costruire nuove linee di trasmissione e nuove centrali per soddisfare la domanda aggiuntiva. Questi costi infrastrutturali, secondo Ari Peskoe, direttore della Electricity Law Initiative della Harvard Law School, sono uno dei principali modi in cui i data center possono far salire le bollette domestiche.
Il punto critico è come vengono ripartiti questi costi. Come spiega un’analisi del Lincoln Institute of Land Policy, mentre le entrate fiscali di un nuovo data center vanno a beneficio solo della comunità che lo ospita, l’intera area di servizio elettrico deve pagare per l’infrastruttura associata. Alcune aziende tecnologiche si procurano energia pulita in modo indipendente dalla rete, come Microsoft che ha firmato un accordo ventennale per acquistare energia direttamente dalla centrale nucleare di Three Mile Island. Ma anche questo approccio non è ideale: quei data center continuano a usare le linee di trasmissione e tutti gli asset della rete, eppure se non comprano l’elettricità dalla utility non pagano quell’infrastruttura attraverso le bollette. Il risultato è che il costo ricade sugli altri utenti, le famiglie e le piccole imprese.
Le preoccupazioni dei cittadini sono concrete e diffuse. Un sondaggio nazionale rappresentativo del novembre 2025 condotto da Consumer Reports su oltre 2.000 adulti statunitensi ha rilevato che il 78% degli americani è da abbastanza a molto preoccupato che i nuovi data center facciano salire le proprie bollette energetiche. In Virginia, nella cosiddetta Data Center Alley, quasi tre quarti degli elettori attribuiscono agli impianti la responsabilità dell’aumento dei costi dell’elettricità. Non è paranoia: è la lettura corretta di un meccanismo di ripartizione dei costi che, così com’è strutturato, scarica una parte del conto sull’utente finale che non ha mai chiesto né usato direttamente quei data center.
Le promesse delle aziende e la corsa alla regolazione
Di fronte a questa pressione crescente, alcune aziende hanno iniziato a muoversi. A metà gennaio 2026 Microsoft ha annunciato un’iniziativa chiamata Community-First AI Infrastructure, impegnandosi a pagare l’intero costo dell’elettricità per i propri data center e a rinunciare a cercare riduzioni delle tasse sulla proprietà locali. Anthropic, l’azienda dietro Claude, ha promesso a sua volta di coprire gli aumenti dei prezzi dell’elettricità legati allo sviluppo dei propri data center. All’inizio di marzo, dirigenti di queste e altre aziende tecnologiche si sono recati alla Casa Bianca per firmare un impegno non vincolante di protezione dei consumatori, accettando tra l’altro di costruire, portare o acquistare l’energia necessaria ai propri data center e di pagare per gli aggiornamenti dell’infrastruttura di rete legati alle proprie strutture.
Sono promesse importanti, ma vanno lette per quello che sono: impegni volontari e in alcuni casi non vincolanti, fatti da aziende che hanno tutto l’interesse a placare l’opposizione locale che potrebbe rallentare i loro piani di espansione. La cautela è d’obbligo. Nel solo 2026, i legislatori di oltre 30 stati americani hanno presentato più di 300 proposte di legge su questioni legate ai data center, dalle moratorie agli incentivi fiscali alle politiche energetiche. Il fatto che servano leggi indica che le promesse spontanee, da sole, non bastano a rassicurare le comunità.
In Europa il quadro normativo è più strutturato. Il Regolamento Delegato UE 2024/1364 impone agli operatori di comunicare annualmente, entro il 15 maggio di ogni anno, parametri tecnici dettagliati a una banca dati europea, tra cui il PUE che valuta l’efficienza energetica e il consumo totale di acqua. In Italia, la Lombardia si è dotata di una legge regionale per regolare la presenza dei data center, e una disciplina nazionale è stata approvata il 24 febbraio 2026, con decreti attuativi attesi entro sei mesi. Resta però il rischio, segnalato da più parti, che la normativa arrivi a valle di un fenomeno già esploso, troppo tardi per indirizzarlo davvero. La legge lombarda, per esempio, non rende obbligatorio l’uso di aree dismesse: per costruire su terreni non edificati basterà pagare di più.
Le soluzioni tecniche esistono, ma non eliminano il problema
Sul fronte tecnologico, qualche strada di mitigazione esiste. Il raffreddamento a liquido, sia a immersione sia diretto sui chip, riduce il consumo idrico diretto del 70-90% rispetto ai sistemi evaporativi, e la sua adozione sta accelerando nel 2025-2026 man mano che la densità di potenza degli acceleratori AI supera quello che il raffreddamento ad aria può gestire economicamente. I sistemi a ciclo chiuso, l’uso di acque reflue affinate e la collocazione degli impianti in climi più freddi sono altre leve concrete.
Il punto, però, è che nessuna di queste soluzioni elimina il problema di fondo. Il raffreddamento a liquido riduce l’acqua usata direttamente, ma mantiene intatta la domanda di elettricità, che resta il costo ambientale dominante. E quell’elettricità, a sua volta, richiede acqua per essere prodotta nelle centrali. Si sposta il problema, non lo si cancella. La carbon intensity per unità di calcolo sta calando, ma le emissioni assolute continuano a salire perché la crescita supera la velocità con cui si acquista energia pulita.
Il nodo vero, alla fine, è politico più che tecnologico. Le aziende hanno gli incentivi allineati per rendere i propri processi più efficienti, perché l’energia costa. Ma l’efficienza per singolo calcolo non risolve nulla se il numero totale di calcoli esplode. La questione di chi paga il conto, allora, diventa una scelta di società: lasciare che i costi infrastrutturali si diluiscano sulle bollette di tutti, oppure imporre per legge che chi genera la domanda aggiuntiva ne sostenga interamente i costi, idrici ed energetici. Le promesse volontarie delle aziende vanno nella direzione giusta, ma finché restano volontarie e non verificabili, il rischio che il conto finisca sugli utenti finali, sulle famiglie e sull’agricoltura che compete per la stessa acqua, rimane concreto. La rivoluzione dell’intelligenza artificiale è reale e in molti campi preziosa. Ma come ogni rivoluzione industriale, ha un costo fisico che qualcuno dovrà pagare. La sola domanda aperta è chi.
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