Martedì 28 aprile, durante un’audizione al Senato degli Stati Uniti, Jared Isaacman, amministratore della NASA, ha riacceso uno dei dibattiti più sentiti e divisivi dell’astronomia moderna: Plutone dovrebbe tornare a essere considerato un pianeta? La risposta di Isaacman è stata inequivocabile: “Sono decisamente nel gruppo di quelli che vogliono far tornare Plutone un pianeta”. E non si è limitato a esprimere un’opinione personale: ha rivelato che la NASA sta lavorando a documenti scientifici per portare la questione davanti alla comunità astronomica internazionale.

Vent’anni dopo la controversa decisione dell’Unione Astronomica Internazionale (IAU) di declassare Plutone a “pianeta nano”, la questione torna prepotentemente d’attualità. Ma questa volta non si tratta solo di nostalgia per i nove pianeti che molti di noi hanno imparato a scuola: dietro c’è una discussione scientifica seria su cosa significhi davvero essere un pianeta, e chi ha l’autorità di deciderlo.

La decisione del 2006 che cambiò il sistema solare

Per comprendere la portata di quanto sta proponendo Isaacman, serve tornare indietro al 2006. Fino a quel momento, Plutone era considerato il nono pianeta del sistema solare da quando Clyde Tombaugh lo aveva scoperto nel 1930 usando il telescopio dell’Osservatorio Lowell in Arizona. Era l’unico pianeta scoperto da un americano, un dettaglio che negli Stati Uniti ha sempre avuto un peso simbolico importante.

Ma all’inizio degli anni 2000, gli astronomi iniziarono a scoprire altri oggetti nella Fascia di Kuiper, la regione oltre Nettuno dove orbita Plutone. Nel 2004 venne identificato Eris, un corpo celeste più massiccio di Plutone. A quel punto, la comunità scientifica si trovò davanti a un problema: se Plutone è un pianeta, anche Eris dovrebbe esserlo. E magari anche Cerere, Makemake, e potenzialmente centinaia o migliaia di altri oggetti simili.

L’IAU decise di mettere ordine stabilendo una definizione formale di pianeta. Secondo i criteri adottati nel 2006, per essere considerato un pianeta un corpo celeste deve soddisfare tre requisiti: orbitare attorno al Sole, avere massa sufficiente per assumere una forma sferica sotto la propria gravità, e “aver ripulito il vicinato” della propria orbita, cioè non avere oggetti di dimensioni simili lungo il proprio percorso orbitale, eccetto i propri satelliti naturali.

Plutone soddisfa i primi due criteri, ma fallisce sul terzo. Condivide la Fascia di Kuiper con migliaia di altri oggetti, alcuni dei quali di dimensioni paragonabili. Di conseguenza, venne riclassificato come “pianeta nano”, una nuova categoria creata apposta per lui e altri corpi simili.

La decisione fu estremamente controversa. Solo circa il 5% dei membri dell’IAU votò a Praga nel 2006, e molti astronomi sostengono che il processo fu affrettato e scientificamente discutibile. Il criterio della “pulizia orbitale”, in particolare, è stato criticato perché anche la Terra condivide la sua orbita con migliaia di asteroidi, così come Giove. Perché Plutone dovrebbe essere penalizzato per qualcosa che anche i pianeti “veri” non fanno?

La posizione di Isaacman e i documenti NASA

Durante l’audizione al Senato, il senatore repubblicano Jerry Moran del Kansas (stato natale di Clyde Tombaugh) ha chiesto a Isaacman la sua opinione su Plutone. La risposta è andata ben oltre una semplice preferenza personale: “Stiamo lavorando proprio ora su alcuni documenti scientifici su una posizione che vorremmo portare all’attenzione della comunità scientifica per riaprire questa discussione e assicurare che Clyde Tombaugh riceva il credito che ha ottenuto una volta e che merita giustamente di ricevere di nuovo”.

Non è chiaro quali documenti Isaacman stesse menzionando, e la NASA non ha risposto alle richieste di chiarimenti. Ma il fatto che il capo dell’agenzia spaziale americana dichiari pubblicamente l’intenzione di affrontare la questione attraverso canali scientifici ufficiali suggerisce che non si tratta di una boutade, ma di un’iniziativa pianificata.

Il tempismo, però, solleva interrogativi. La stessa audizione in cui Isaacman ha difeso Plutone serviva a discutere il budget NASA per l’anno fiscale 2027, che include tagli del 46% ai programmi scientifici dell’agenzia. Mentre promette di riaprire dibattiti astronomici, Isaacman deve contemporaneamente difendere decisioni che eliminerebbero completamente il finanziamento all’Office of STEM Engagement, che offre borse di studio e programmi per studenti interessati a carriere scientifiche.

La reazione della comunità scientifica

Le dichiarazioni di Isaacman hanno generato reazioni contrastanti tra gli astronomi. Alcuni sostengono da anni che la definizione IAU del 2006 sia inadeguata e che Plutone meriti di tornare pianeta. Altri considerano la questione chiusa e vedono questa iniziativa come una distrazione da problemi scientifici più urgenti.

Amanda Hendrix, ricercatrice al Planetary Science Institute in Colorado, ha dichiarato a Nature: “La questione se dovremmo o meno chiamare Plutone un pianeta distrae dai veri problemi scientifici”. David Grinspoon, astrobiologo, pur essendo favorevole a una ridefinizione, ha avvertito che la NASA non può semplicemente dichiarare Plutone un pianeta unilateralmente: “Anche se vorrei vedere una definizione migliore ampiamente accettata, non può essere la NASA a deciderlo”.

L’autorità finale su cosa costituisce un pianeta appartiene all’IAU, l’organizzazione che stabilisce la terminologia astronomica ufficiale a livello internazionale. Se la NASA producesse documenti scientifici convincenti, potrebbe influenzare il dibattito, ma la decisione finale spetterebbe comunque all’IAU attraverso un processo di consenso internazionale.

Il problema di fondo è che se Plutone tornasse pianeta, bisognerebbe decidere cosa fare con Eris, Makemake, Haumea e potenzialmente centinaia di altri oggetti della Fascia di Kuiper e oltre. Alcune stime suggeriscono che potrebbero esserci migliaia di corpi delle dimensioni di Plutone nel sistema solare, molti dei quali ancora da scoprire o caratterizzare adeguatamente. Vogliamo davvero un sistema solare con centinaia di pianeti?

Oltre Plutone: scienza, cultura e politica

La vicenda di Plutone non è solo una questione scientifica, ma anche culturale e politica. Negli Stati Uniti, in particolare, Plutone ha sempre avuto uno status speciale come unico pianeta scoperto da un americano. La sua declassazione nel 2006 fu vissuta da molti come un affronto nazionale, al punto che alcuni stati americani (Illinois e New Mexico) approvarono risoluzioni simboliche che dichiaravano Plutone ancora un pianeta all’interno dei loro confini.

La missione New Horizons della NASA, che sorvolò Plutone nel 2015 rivelando un mondo geologicamente attivo e sorprendentemente complesso, ha riacceso l’affetto del pubblico per questo corpo celeste. Le immagini hanno mostrato montagne di ghiaccio d’acqua, pianure di azoto ghiacciato, e un’atmosfera sottile ma dinamica. Plutone, si scoprì, era molto più interessante di quanto chiunque avesse immaginato.

Alan Stern, principal investigator della missione New Horizons, è stato uno dei più vocali critici della decisione IAU, sostenendo che la definizione del 2006 è “stupida” e scientificamente incoerente. Ha proposto definizioni alternative che classificherebbero Plutone come pianeta basandosi sulle sue caratteristiche fisiche piuttosto che sulla sua posizione orbitale.

La questione tocca anche temi politici più ampi. L’amministrazione Trump ha già dimostrato interesse per Plutone, con persone vicine al presidente, incluso Elon Musk, che hanno suggerito che Trump potrebbe “promuovere” Plutone tramite ordine esecutivo. Ovviamente non funziona così: le classificazioni astronomiche non dipendono da decisioni politiche nazionali, ma da consenso scientifico internazionale. Ma l’idea che un presidente americano possa “restituire” lo status di pianeta a Plutone risuona con una certa narrativa nazionalista.

Nelle prossime settimane e mesi, vedremo se l’iniziativa di Isaacman si concretizzerà in documenti scientifici concreti presentati a riviste peer-reviewed e conferenze astronomiche. La NASA potrebbe tentare di costruire un consenso scientifico attorno a una definizione rivista di pianeta che includa Plutone senza aprire le porte a centinaia di oggetti simili.

Ma convincere l’IAU a rovesciare una decisione presa vent’anni fa sarà estremamente difficile. Richiederà non solo argomenti scientifici solidi, ma anche un vasto sostegno internazionale della comunità astronomica. E non è chiaro che tale sostegno esista.

Nel frattempo, Plutone continuerà la sua orbita di 248 anni attorno al Sole, indifferente a come gli esseri umani decidono di classificarlo. Per molti bambini e adulti che sono cresciuti con nove pianeti, rimarrà sempre il nono pianeta, indipendentemente da cosa dicono le definizioni formali.

La vera domanda non è se Plutone meriti di essere chiamato pianeta, ma se le categorie che usiamo per organizzare la nostra comprensione del cosmo servono ancora allo scopo per cui sono state create. Forse, come suggeriscono alcuni astronomi, il problema non è Plutone ma la nostra insistenza nel voler dividere il sistema solare in categorie rigide quando la natura preferisce i continui cambiamenti.

Per ora, resta pianeta nano. Ma se Jared Isaacman avrà successo nella sua missione, potremmo presto tornare a dover memorizzare nove nomi invece di otto.

 

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