Il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio ha pubblicato martedì una sentenza che rimette in discussione l’applicazione della normativa italiana sulla verifica dell’età per l’accesso ai contenuti pornografici online. La decisione, accogliendo un ricorso presentato da Aylo, la società cipriota che gestisce Pornhub, YouPorn e RedTube, annulla una parte della delibera con cui l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni aveva imposto l’obbligo di verificare la maggiore età degli utenti a decine di siti con sede all’estero.

Il nodo centrale della sentenza riguarda il mancato rispetto della direttiva europea sul commercio elettronico, che stabilisce il principio del paese d’origine. Secondo questo principio, un’azienda che fornisce servizi online deve attenersi alle normative dello Stato in cui ha sede legale, e gli altri Stati membri non possono imporle obblighi aggiuntivi senza seguire una procedura specifica. Prima di introdurre restrizioni per un operatore con sede in un altro paese dell’Unione Europea, l’Italia avrebbe dovuto chiedere a quello Stato di intervenire, attendere che non lo facesse o lo facesse in modo inadeguato, e poi notificare alla Commissione Europea la propria intenzione di procedere autonomamente.

Questa lacuna procedurale costringe ora l’AGCOM a seguire un iter molto più lungo e articolato, che potrebbe richiedere diversi mesi. Nel frattempo, i principali siti pornografici operanti in Italia, che hanno quasi tutti sede a Cipro o in altri paesi europei, potranno continuare a comportarsi come hanno sempre fatto, chiedendo agli utenti una semplice autocertificazione della maggiore età tramite un clic.

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La situazione in Italia

L’obbligo di verifica era stato introdotto dal decreto Caivano del 2023 e reso operativo da una delibera dell’AGCOM che aveva fissato scadenze precise, il 12 novembre 2025 per i siti italiani e il primo febbraio 2026 per quelli stranieri. Quella data era però arrivata e trascorsa senza che la maggior parte dei siti si fosse adeguata. Tra i grandi operatori, solo OnlyFans aveva introdotto un sistema di verifica tramite Yoti, un’azienda specializzata che richiede il caricamento di un documento e l’inquadratura del volto per stimare l’età. Altri come Pornhub, XVideos e xHamster non avevano modificato nulla.

AGCOM non aveva fornito chiarimenti pubblici sulla situazione, limitandosi a fine marzo a oscurare due siti italiani minori, giochipremium.com e hentai-ita.net. Per i grandi player internazionali, che rappresentano la stragrande maggioranza del traffico verso contenuti per adulti, nessuna azione era stata intrapresa.

La sentenza del TAR respinge però tutte le altre contestazioni di Aylo. L’azienda aveva tentato di sostenere che la normativa italiana violasse il Digital Services Act, ma il tribunale ha chiarito che l’Unione Europea non ha ancora completato il processo di armonizzazione in materia di verifica dell’età, lasciando gli Stati membri liberi di adottare soluzioni provvisorie. Il TAR ha inoltre riconosciuto la legittimità dell’obiettivo di tutela dei minori, purché si rispettino le procedure europee.

Cipro è da anni la sede preferita dalle aziende del settore pornografico per due motivi principali, il regime fiscale particolarmente vantaggioso, con aliquote effettive che possono scendere fino al 2,5 percento, e la presenza di società finanziarie disposte a fornire servizi di pagamento a questo settore, considerato rischioso dalle grandi banche per questioni di reputazione e per l’alta incidenza di transazioni contestate.

L’efficacia delle misure di verifica dell’età nel proteggere effettivamente i minori resta oggetto di dibattito. Secondo i dati di Pornhub, quando nel Regno Unito è entrato in vigore l’obbligo il numero di utenti britannici è sceso dell’80 percento, ma una parte significativa di questi si è spostata verso siti più piccoli e meno controllati o ha utilizzato VPN per aggirare le restrizioni. La questione rimane aperta, mentre AGCOM dovrà ricominciare da capo seguendo la procedura europea.

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