Nella gerarchia del potere della Silicon Valley, Sam Altman occupa una posizione che non ha eguali. Non è solo il CEO di OpenAI, l’azienda che ha dato il via alla corsa all’oro dell’intelligenza artificiale generativa, è il volto pubblico di una rivoluzione che promette di riscrivere le regole del lavoro, della creatività e della conoscenza umana. Tuttavia, dietro la facciata del leader carismatico che sussurra ai governi e incanta gli investitori, si sta consumando una delle crisi di credibilità più profonde della storia tecnologica moderna. Il monumentale profilo pubblicato dal New Yorker, firmato da Ronan Farrow e Andrew Marantz, non è una semplice biografia, è un atto d’accusa dettagliato che mette in discussione la fibra morale dell’uomo a cui stiamo affidando le chiavi della “singolarità”.

Il titolo dell’inchiesta, “Sam Altman May Control Our Future, Can He Be Trusted?”, pone una domanda che risuona come un allarme rosso nei corridoi del potere. Il pezzo è il risultato di un anno e mezzo di scavi giornalistici, oltre cento interviste e, soprattutto, l’accesso a documenti che molti nella Valley avrebbero preferito veder bruciare. Parliamo di settanta pagine di memo firmati da Ilya Sutskever, il genio della ricerca che ha co-fondato OpenAI, e oltre duecento pagine di note private di Dario Amodei, l’ex braccio destro di Altman oggi alla guida della rivale Anthropic. Ciò che emerge da queste carte non è il ritratto di un visionario incompreso, ma quello di un architetto del consenso capace di manipolare la realtà con una precisione chirurgica.

La definizione che ha scosso l’ambiente, attribuita a un ex membro del consiglio di amministrazione, descrive un profilo psicologico inquietante. Altman possiederebbe due caratteristiche raramente conviventi: un desiderio patologico di essere apprezzato in ogni singola interazione umana e una “quasi sociopatica” indifferenza per le conseguenze degli inganni messi in atto per ottenere quel favore. In altre parole, Altman non mentirebbe per cattiveria, ma per un’esigenza meccanica di controllo e armonia immediata, indipendentemente dal costo futuro in termini di verità e fiducia.

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Dalle radici di Y Combinator al dossier Amodei

Per comprendere come Altman sia arrivato a gestire un potere tale, bisogna tornare alle sue radici in Y Combinator. Per chi non avesse familiarità con il termine, Y Combinator è il più prestigioso acceleratore di startup al mondo, una sorta di università d’élite per imprenditori che ha dato i natali a giganti come Airbnb e Dropbox. Sotto la guida di Altman, YC è diventata una macchina da guerra finanziaria, ma ha anche iniziato a mostrare i primi segni di quella cultura dell’iper-crescita a ogni costo che oggi definisce OpenAI. Già allora, alcuni soci notavano come Sam avesse una dote soprannaturale nel tessere reti di influenza, una capacità che Paul Graham, fondatore di YC, descriveva quasi con timore.

Questa attitudine alla manovra politica è documentata con estrema durezza nelle note di Dario Amodei. Il suo documento, intitolato “My Experience at OpenAI”, funge da cronaca di un tradimento dei valori originali. Amodei descrive un episodio emblematico durante le trattative con Microsoft per un investimento miliardario, sostenendo che Altman avrebbe negato l’esistenza di termini contrattuali già concordati in tempo reale, solo per mantenere il controllo totale della narrazione. Nelle note di Sutskever, la parola “mentire” appare con una frequenza che trasforma il vizio personale in una strategia operativa. Il memo elenca casi sistematici in cui Altman avrebbe travisato informazioni critiche per mettere i dirigenti l’uno contro l’altro o per nascondere lo stato reale dello sviluppo della sicurezza dell’IA.

OpenAI, interpellata sul merito, ha scelto la via della difesa di posizione, liquidando il lavoro del New Yorker come una raccolta di aneddoti selettivi provenienti da persone con interessi contrastanti. Ma la mole di documenti citati suggerisce una verità diversa, un’azienda nata come non-profit per proteggere l’umanità dai rischi di un’IA fuori controllo è diventata il parco giochi privato di un leader che sembra considerare l’etica un ostacolo alla velocità. Se la missione originale era garantire che l’Intelligenza Artificiale Generale, o AGI, beneficiasse tutti, oggi il sospetto è che debba beneficiare innanzitutto la visione e il potere di Altman.

Il miraggio della quotazione e l’ombra del collasso#

Il dilemma di Altman non riguarda solo il passato o il suo carattere, ma si riflette sulla struttura stessa di quella che sta diventando la società più capitalizzata del mondo. Recentemente, sono emerse frizioni con la CFO Sarah Friar riguardo ai piani per una quotazione in borsa, o IPO, entro il 2026. Il piano di Altman è di una grandezza quasi fantascientifica, spendere seicento miliardi di dollari in cinque anni per infrastrutture e data center. A fronte di questa voragine di costi, l’azienda genera ricavi che appaiono minuscoli rispetto alla scala degli investimenti richiesti, mettendo in dubbio la sostenibilità di un’operazione finanziaria di tale portata.

Questa discrepanza tra promesse titaniche e realtà finanziaria ha portato alcuni dei suoi ex collaboratori a usare parole pesantissime. Una fonte citata nell’inchiesta suggerisce che esiste una possibilità concreta che Altman venga ricordato dalla storia non come l’Oppenheimer del nostro secolo, ma come l’ideatore di uno schema Ponzi su scala globale. È un’accusa che va oltre la gestione aziendale, suggerisce che l’intero ecosistema di OpenAI si regga su una promessa di futuro che deve essere costantemente alimentata da nuovi capitali per non crollare, basata su una fiducia che il CEO sta sistematicamente erodendo.

Mentre l’azienda pubblica whitepaper sulla sicurezza e sull’etica, il contrasto tra il messaggio ufficiale e i comportamenti documentati di Altman diventa stridente. È difficile chiedere al pubblico e ai regolatori di affidare il destino della civiltà a un algoritmo se non ci si può fidare della parola dell’uomo che lo controlla. La Silicon Valley ha sempre celebrato la figura del fondatore geniale con i suoi difetti caratteriali, ma con Altman la posta in gioco è diversa. Non stiamo parlando di un nuovo smartphone, stiamo parlando della gestione di una tecnologia che potrebbe diventare autonoma e superare l’intelletto umano.

In questo scenario, la credibilità personale di chi guida l’azienda cessa di essere un dettaglio biografico per diventare un presupposto di sicurezza globale. Se i regolatori devono decidere quanto spazio concedere a OpenAI, lo faranno basandosi sulla fiducia nei protocolli di sicurezza presentati. Ma se quei protocolli sono scritti sotto la supervisione di un uomo descritto come non vincolato alla verità, la loro validità scende a zero. L’immagine finale che ci consegna il New Yorker è quella di un leader che ha vinto tutte le battaglie interne, ha rimosso ogni oppositore e ha accumulato un potere senza precedenti, ma che si ritrova sempre più isolato nella sua verità alternativa, mentre il mondo inizia a vedere le crepe dietro il sipario

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