Settembre 2026 sarà ricordato come uno dei passaggi di consegne più delicati nella storia recente di Apple. John Ternus prenderà le redini dell’azienda, raccogliendo l’eredità di Tim Cook in un momento in cui il mercato delle memorie è letteralmente impazzito. Le decisioni che dovrà prendere nelle prime settimane da CEO incideranno sul prezzo dei prossimi iPhone quanto qualsiasi altra scelta legata a software o design.

Il problema è concreto e i numeri fanno una certa impressione.  Attualmente il costo della RAM incide per il 10% circa sul costo totale dei componenti di un iPhone, quella che viene chiamata bill of material, in pratica il costo che Apple paga per assemblare ogni singolo dispositivo. Entro la fine del 2026, quella percentuale, stando alle più recenti stime, potrebbe quadruplicare e arrivare al 45%. Non è un’iperbole, parliamo di un costo quattro volte superiore a quello attuale, una stima effettuata da esperti della supply chain.

La causa è abbastanza nota per chi segue le notizie del settore: la corsa all’intelligenza artificiale ha creato una domanda di memoria senza precedenti, con colossi come Google, Microsoft e Meta che impegnano miliardi per accaparrarsi capacità produttiva in anticipo. Il risultato è che Apple, storicamente abituata a dettare le condizioni ai fornitori grazie ai suoi volumi enormi, si ritrova per la prima volta a fare la fila insieme agli altri.

Una transizione complicata su più fronti

La questione della RAM è solo il fronte più urgente. Ternus eredita da Cook un’agenda geopolitica di straordinaria complessità, che lo costringerà a fare i funamboli tra Washington e Pechino con una precisione che non ammette errori.

Da un lato, l’India è diventata il secondo polo produttivo per iPhone, con una filiera che cresce rapidamente e che Apple ha interesse a rafforzare ulteriormente per diversificare il rischio. Dall’altro, la Cina osserva questa diversificazione con una preoccupazione che non ha mai nascosto, e qualsiasi passo falso potrebbe tradursi in ritorsioni commerciali o regolatorie su un mercato che resta cruciale per i ricavi dell’azienda.

Poi c’è Trump. L’amministrazione americana ha ottenuto da Cook impegni significativi: 600 miliardi di dollari di investimenti nell’economia americana annunciati nel 2025, seguiti da un ulteriore piano da 400 milioni comunicato a marzo 2026 per portare la produzione di componenti sul suolo statunitense. Una gigafactory per Mac Mini a Houston è già realtà, ma gli iPhone americani restano un obiettivo lontano, per ragioni strutturali che nessun annuncio stampa può aggirare. Quegli impegni li ha firmati Cook, ma li dovrà onorare Ternus.

L’elemento interessante è che Cook, nel suo nuovo ruolo di executive chairman, quasi certamente continuerà a gestire la relazione con la Casa Bianca, un’eredità politica che ha costruito con pazienza certosina. Ma il nuovo CEO non potrà starsene in disparte: ogni decisione sulla supply chain, ogni annuncio sulle tariffe doganali, ogni trimestrale con proiezioni di margine avrà il suo nome sopra.

Chi conosce Ternus sa che viene dall’ingegneria, che è l’uomo dietro al silicio Apple e alla transizione ai chip M, e che non è il tipo da prendere decisioni affrettate. Ma settembre arriverà in fretta, e con lui il ciclo iPhone 18, il primo che porterà davvero la sua firma. Come gestirà la pressione sul prezzo finale al consumatore dirà molto su che tipo di CEO intende essere.

 

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