Dell’uso malsano e pericoloso dei social network da parte dei giovani se ne parla spesso. Non raramente a sproposito e con un certo pregiudizio anagrafico, ma è indubbio che un problema c’è. Tanto che negli Stati Uniti la situazione ha assunto proporzioni tali da spingere il sistema giudiziario a intervenire direttamente, con processi come quello in cui Mark Zuckerberg è stato convocato a testimoniare personalmente.

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L’oggetto del contendere

Meta e Google sono state trascinati in giudizio da una ragazza di vent’anni che sostiene di essere diventata dipendente dalle loro app a causa del modo in cui sono state progettate. La giovane donna, indicata come K. G. M., afferma che queste piattaforme usano deliberatamente meccanismi psicologici per aumentare il tempo di utilizzo, causandole danni alla salute mentale. Qualcosa che per certi aspetti viene comunemente dato per scontato e considerata quasi come il “prezzo da pagare” per usare queste piattaforme.

Da parte loro, Meta e Google hanno negato completamente queste accuse. Nel corso del processo, Mark Zuckerberg è stato costretto a testimoniare per spiegare le scelte che Meta ha fatto riguardo alla sicurezza degli utenti, in particolare sui filtri che alterano l’aspetto fisico su Instagram.

La testimonianza di Zuckerberg

La presenza di Mark Zuckerberg nel tribunale di Los Angeles è stata accompagnata da una serie di elementi secondari piuttosto singolari. Il fondatore di Facebook, infatti, si è presentato in tribunale accompagnato da un entourage che indossava gli occhiali intelligenti Ray-Ban di Meta. Una scena che ha subito catturato l’attenzione, soprattutto considerando che il giudice aveva già ammonito i presenti a non registrare nulla con i dispositivi puntando il dito sulla violazione della privacy e sulla possibilità di incorrere in quello che per il nostro ordinamento giuridico potrebbe essere considerato oltraggio alla corte (contempt of court).

Al di là di questo, Zuckerberg ha trascorso otto ore sul banco dei testimoni per rispondere alle domande di Mark Lanier, l’avvocato che rappresenta K.G.M., la ragazza che accusa Meta e Google di aver sviluppato consapevolmente le loro applicazioni per incoraggiare l’uso compulsivo con conseguenti danni alla salute mentale.

Lanier ha mantenuto uno stile carismatico durante tutta la deposizione, in netto contrasto con il tono piatto e spesso monosillabico che Zuckerberg ha adottato nelle varie sessioni in aula. Il CEO di Meta ha cercato costantemente di sfumare le proprie risposte, aggiungendo contesto alle decisioni che lui e i suoi team avevano preso riguardo alla sicurezza della piattaforma. In alcuni momenti si è contraddetto pubblicamente, insistendo che l’avvocato avesse mal interpretato le sue parole.

La questione dei filtri che alterano l’aspetto fisico

La testimonianza ha ruotato attorno a una decisione specifica che Zuckerberg aveva preso nel 2019 riguardante i filtri di realtà aumentata su Instagram. Questi filtri permettono agli utenti di simulare interventi chirurgici come filler alle labbra, aumento del seno e altre procedure estetiche direttamente sulla loro immagine. Instagram aveva inizialmente imposto un divieto temporaneo su questi strumenti, ma Zuckerberg decise di sollevarlo almeno parzialmente.

Durante la testimonianza, Zuckerberg ha motivato la sua decisione affermando che dopo aver rivisto la ricerca disponibile sull’impatto di questi filtri sul benessere degli utenti, non aveva trovato prove sufficientemente convincenti per giustificare una restrizione così ampia. Ha poi aggiunto che la libertà di espressione dovrebbe prevalere a meno che non esista una chiara evidenza scientifica del danno. Per Zuckerberg non si crea un social media se non si vuole davvero permettere alle persone di esprimersi.

Zuckerberg ha dichiarato di aver stabilito dei paletti alla sua decisione. Meta ha autorizzato i creator a realizzare alcuni filtri, escludendo però quelli che riproducessero esplicitamente le incisioni di un intervento chirurgico. Instagram inoltre non avrebbe promosso attivamente questi strumenti né li avrebbe sviluppati internamente.

La testimonianza ha messo in luce anche un altro aspetto non di poco conto. Non tutti i dirigenti di Meta condividevano questa scelta. Lanier ha presentato un’e-mail di una manager che, pur rispettando formalmente la decisione di Zuckerberg, non ne condivideva la logica dal punto di vista dei potenziali rischi. La dirigente ha una figlia che soffre di dismorfismo corporeo, un disturbo che spinge le persone a ossessionarsi su difetti fisici inesistenti. Nel suo messaggio, la manager sottolineava che ci vorranno anni prima di avere dati scientifici affidabili sul danno causato dai filtri, mettendo così in discussione il principio di Zuckerberg per cui la limitazione della libertà di espressione richiede prove scientifiche definitive.

A quel punto Lanier ha chiesto a Zuckerberg se possedesse una laurea in psicologia, medicina, neuroscienze o in qualunque disciplina rilevante per valutare l’impatto psicologico di questi filtri. La risposta è stata ovviamente negativa. La dichiarazione, formulata con tono freddo e senza esitazioni, ha sollevato un interrogativo fondamentale sulla competenza e sulla responsabilità di chi decide su questioni di salute mentale senza avere le qualifiche specifiche per farlo.

Nel corso della testimonianza, Lanier ha anche sollevato una questione più ampia e forse più dannosa per Meta. Ha chiesto a Zuckerberg di spiegare le apparenti contraddizioni tra le sue dichiarazioni pubbliche passate, in cui affermava di aver tentato di tenere i bambini sotto i tredici anni fuori da Facebook e Instagram, rispetto a documenti interni che descrivevano il valore commerciale di acquisire utenti giovani per la piattaforma.

Zuckerberg ha insistito che Meta aveva intenzionalmente spostato la sua comunicazione interna verso il focus sul valore del prodotto per gli utenti, anche se questo avrebbe potuto causare un calo a breve termine dell’utilizzo. Ha suggerito che alcuni documenti mostravano che i dipendenti avevano considerato come il divieto dei filtri potrebbe scoraggiare alcuni utenti, ma ha minimizzato questo fattore dicendo che questi strumenti non erano particolarmente popolari comunque.

Una vicenda che supera i confini dei tribunali

In aula erano presenti anche i genitori di adolescenti deceduti per cause che sembrerebbero riconducibili all’uso dei social media. Tra loro Amy Neville, il cui figlio Alexander è morto a quattordici anni a causa di un’overdose di fentanyl che lei ritiene sia stata facilitata da Snapchat. Sebbene Snapchat avesse già raggiunto un accordo per ritirarsi dal processo, la loro presenza indica la portata di questa causa.

Va sottolineato che anche Adam Mosseri, CEO di Instagram, è stato convocato in tribunale per difendere le stesse scelte di design. La sua posizione è stata che l’uso intensivo non costituisce dipendenza clinica, bensì uso problematico. Tuttavia, documenti interni rivelati durante il processo mostrano che alcuni dipendenti paragonavano i meccanismi di engagement a strategie di addiction, una contraddizione che alimenta ulteriormente le accuse contro Meta.

La deposizione di Zuckerberg rappresenta il momento legale più significativo per Meta negli ultimi anni. Rientra in un contesto più ampio di contenziosi contro i giganti della tecnologia per i danni causati alla salute mentale dei giovani. Il fatto che Zuckerberg sia stato costretto a testimoniare personalmente, invece che essere rappresentato dagli avvocati, dice molto su quanto i tribunali considerino grave questa questione.

Al di là di quello che sarà l’esito giudiziario del processo, è interessante registrare come si stia iniziando a discutere sulle responsabilità dei social media e di come questi probabilmente non siano semplici mezzi il cui impatto positivo o negativo dipende da come li si utilizza. Le implicazioni potrebbero essere enormi e significative, ma se la cura della salute mentale (di giovani e meno giovani) è davvero una priorità, è necessario capire in profondità se e quanto i meccanismi alla base dei social network siano pericolosi e qual è l’intenzionalità e la responsabilità di chi li ha sviluppati.

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