Francesca Lollobrigida ha scritto in questi giorni una delle pagine più straordinarie dello sport italiano. Due medaglie d’oro alle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026, nei 3000 e nei 5000 metri del pattinaggio di velocità, un’impresa storica che l’ha resa una delle pattinatrici italiane più vincente ai Giochi. Un traguardo raggiunto il giorno del suo trentacinquesimo compleanno, da mamma, dopo una stagione che lei stessa ha definito la peggiore della sua vita. Eppure, mentre il Paese la celebrava per ciò che aveva conquistato sul ghiaccio, qualcuno ha pensato che la sua immagine non fosse abbastanza. Non abbastanza per cosa, viene da chiedersi. E la risposta, purtroppo, è tanto prevedibile quanto avvilente.
Ci troviamo davanti a un caso che merita attenzione perché parla di tecnologia, di intelligenza artificiale nello specifico e di come questo strumento, perché tale è, può venire usato. Un caso che incrocia AI, sessismo visivo e responsabilità nell’era della manipolazione digitale di massa.
Il caso: la foto manipolata, quando celebrare diventa oggettificare
I fatti. La pagina Facebook verificata “Italia“, seguita da 3,7 milioni di persone, e che si definisce “… una community social indipendente, uno spazio di confronto e condivisione 🇮🇹 Promuove dialogo, solidarietà e partecipazione attiva della community ❤️ Non rappresenta né è affiliata a organi governativi o istituzioni ufficiali”, ha pubblicato un post di congratulazioni a Francesca Lollobrigida per la doppietta olimpica nei 5000 metri. Fin qui, nulla di anomalo. Accanto al testo celebrativo, però, è comparsa un’immagine dell’atleta visibilmente alterata: il décolleté risulta accentuato in modo innaturale rispetto alla fotografia originale, quella reale, scattata nei momenti immediatamente successivi alla competizione.
Cercando in rete non è difficile risalire a tale foto originale scattata da Jamie Squire e disponibile su Getty Images. Il confronto tra la foto pubblicata dalla pagina e le immagini ufficiali della competizione, reperibili tra l’altro anche sui canali olimpici, sulle agenzie fotografiche e sui siti sportivi di tutto il mondo, parla da solo. La manipolazione è evidente e riguarda specificamente la componente fisica dell’atleta, modificata con l’apparente obiettivo di accentuarne la sensualità. Non si tratta di un banale ritocco cromatico o di un filtro estetico (sì, c’è anche quello): è un intervento mirato sul corpo di una donna che, in quel preciso istante, stava compiendo un’impresa sportiva di portata storica.
Di seguito l’immagine modificata dalla fanpage, e l’originale disponibile su Getty Images:
La gravità aumenta considerando che l’atto di sessualizzare Francesca Lollobrigida sembra essere decisamente volontario e consapevole, essendo tale foto accompagnata dal primo commento pinnato “Non è stupenda?“.
Non possiamo esimerci dal denunciare l’accaduto in quanto ciò si inserisce in una tendenza sempre più diffusa e sempre più insidiosa, resa possibile dall’accessibilità degli strumenti di editing basati sull’intelligenza artificiale. Oggi bastano pochi secondi, un chatbot o un’applicazione gratuita per modificare il corpo di chiunque in una fotografia: aumentare il seno, ridurre il girovita, alterare i lineamenti. Operazioni che un tempo richiedevano competenze tecniche specifiche sono oggi alla portata di chiunque, senza alcun filtro etico o legale che ne regoli l’utilizzo nell’ambito della comunicazione pubblica.
Non sarebbe un problema se fatto su proprie foto e in taluni contesti circoscritti, ma quando questo potere viene esercitato fuori contesto, e ancor più grave su persone terze, come sul corpo di un’atleta olimpica in un post che dovrebbe celebrare un risultato sportivo, il cortocircuito è completo.
È un meccanismo che conosciamo bene, ma che l’intelligenza artificiale sta portando a un livello di pervasività senza precedenti. Se prima la manipolazione delle immagini femminili era appannaggio di riviste patinate e studi fotografici, oggi chiunque gestisca una pagina social con un seguito significativo può alterare l’immagine di una persona pubblica e diffonderla a centinaia di migliaia di persone senza che esista alcun meccanismo di verifica o di responsabilità. O meglio, qualche forma di verifica sembra esistere come abbiamo tutti appreso col caso Barbero legato al prossimo Referendum Giustizia, ma che opera in maniera de-strutturata o de-regolamentata, per lo meno dall’esterno e nei fatti.
Il parere dell’esperto
Abbiamo interpellato Giovanni Di Trapani, economista, statistico e ricercatore del CNR, autore e curatore del sito AIgnosi.it dedicato al rapporto tra società e intelligenza artificiale, nonché già autore di una rubrica sull’etica nel mondo dell’AI sulle pagine del nostro sito, per un commento sulla vicenda:
«Quanto accaduto non può essere derubricato a leggerezza grafica o a superficialità editoriale. Alterare l’immagine di un’atleta olimpica, modificandone artificiosamente l’aspetto fisico per accentuarne una componente sensuale, significa trasformare un successo sportivo in un oggetto di consumo visivo. È un gesto che sposta l’attenzione dal merito alla morfologia, dalla competenza al corpo, dalla conquista agonistica alla spettacolarizzazione.
In un’epoca in cui le tecnologie digitali consentono interventi sempre più sofisticati sulle immagini, la questione non è soltanto estetica: è culturale e, in ultima analisi, etica. La manipolazione di una fotografia altera la percezione pubblica e incide sulla dignità della persona rappresentata. Se ciò avviene nel caso di una donna che ha appena conseguito un risultato di altissimo valore sportivo, il messaggio che si trasmette è ancora più problematico: il successo femminile sarebbe, implicitamente, subordinato alla sua resa iconica.
Non si tratta di moralismo, né di una reazione emotiva. Si tratta di riconoscere che l’ecosistema digitale amplifica ogni scelta comunicativa e che ogni scelta comporta una responsabilità. L’uso disinvolto dell’editing, specie quando incide sul corpo, contribuisce a normalizzare una cultura della manipolazione che confonde realtà e rappresentazione, merito e marketing.
Chi opera nell’informazione e nella comunicazione, soprattutto quando utilizza strumenti tecnologici avanzati, non può sottrarsi a un principio di correttezza sostanziale. La tecnologia non è neutra: è un moltiplicatore di intenzioni. E quando l’intenzione è ambigua o strumentale, il danno reputazionale e culturale può essere significativo.
L’auspicio è che episodi come questo inducano a una riflessione più profonda sul rapporto tra tecnologia, immagine e responsabilità pubblica, affinché l’etica torni ad essere un criterio effettivo, e non meramente dichiarato, nell’uso degli strumenti digitali.»
Il caso della pagina Facebook “Italia” è piccolo, se vogliamo, nel mare magnum della disinformazione visiva quotidiana. Ma è proprio per questo che merita di essere raccontato: perché è nell’apparente normalità di questi gesti che si annida la normalizzazione di una cultura che riduce le donne ai loro corpi, anche, e soprattutto, quando i loro corpi hanno appena compiuto qualcosa di straordinario. L’intelligenza artificiale, come ci ricorda Di Trapani, è un moltiplicatore di intenzioni, e quando l’intenzione è sbagliata, il moltiplicatore non fa che amplificare il danno.
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