Il 24 aprile scorso, i legali di Taylor Swift hanno depositato tre domande di registrazione del marchio presso l’Ufficio Brevetti e Marchi degli Stati Uniti (USPTO), chiedendo protezione per due frasi pronunciate dalla cantante “Hey, it’s Taylor Swift” e “Hey, it’s Taylor” e per una sua fotografia sul palco, in cui appare con una chitarra rosa, una tuta iridescente multicolore e stivali argentati. Le applicazioni, presentate da TAS Rights Management per conto dell’artista, includono clip audio tratte da una promozione del suo ultimo album, The Life of a Showgirl, disponibile su Amazon Music Unlimited. Sebbene il team di Swift non abbia dichiarato esplicitamente che l’obiettivo sia difendersi dall’intelligenza artificiale, il contesto non lascia molti dubbi: negli ultimi anni la cantante è finita al centro di una serie di abusi legati all’IA, dai deepfake sessuali che hanno invaso i social nel 2024, alle immagini manipolate condivise da Donald Trump per far sembrare che Swift sostenesse la sua candidatura presidenziale.

Non è certo la prima volta che l’artista fa ricorso ai marchi come strumento di tutela: nel suo portfolio ne conta già oltre 50, legati al nome, agli album e persino a versi delle sue canzoni. Già nel 2014 aveva registrato espressioni come “This sick beat” e “We never go out of style”, mentre nel 2024 ha tutelato anche “Female Rage: The Musical”, associato al suo ultimo tour. Questa volta, però, la posta in gioco è diversa: si tratta di proteggere qualcosa di molto più intimo e difficilmente replicabile per via legale, ovvero la voce.

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Un vuoto normativo che la legge stenta a colmare

Il problema di fondo è che il diritto d’autore protegge le canzoni, non le voci di chi le interpreta. Questa distinzione, apparentemente tecnica, apre una falla enorme nell’era dell’IA generativa, dove bastano pochi secondi di registrazione per clonare un timbro vocale con precisione quasi perfetta. Le case discografiche hanno dovuto trovare soluzioni creative: Universal Music Group, ad esempio, aveva emesso richieste di takedown per una canzone generata artificialmente che imitava Drake, citando il tag del produttore Metro Boomin come appiglio legale per il copyright.

L’avvocato specializzato in proprietà intellettuale Josh Gerben ha spiegato che i marchi potrebbero colmare questo vuoto: Swift potrebbe potenzialmente contestare non solo le riproduzioni identiche, ma anche le imitazioni “confusamente simili”, che è una soglia molto più facile da raggiungere rispetto alla violazione del copyright. Tuttavia, non tutti gli esperti condividono l’ottimismo. La professoressa Alexandra Roberts della Northeastern University si dice “scettica” sul fatto che la clip audio presentata da Swift dimostri un uso come marchio piuttosto che come semplice frase promozionale, sottolineando che i sound mark classici come il suono delle campane NBC o il ruggito del leone MGM funzionano proprio perché compaiono in isolamento, come elementi identitari autonomi. Se l’USPTO dovesse sollevare obiezioni preliminari, il team di Swift avrebbe comunque la possibilità di presentare materiale supplementare.

Anche la professoressa Xiyin Tang dell’UCLA adotta una prospettiva pragmatica: i marchi potrebbero servire soprattutto a “scoraggiare i trasgressori meno sofisticati”, indirizzandoli verso un numero di registrazione federale nella speranza che questo li convinca a fermarsi, anche se una registrazione del genere non reggerebbe necessariamente davanti a un giudice.

Gli strumenti giuridici alternativi esistono, ma sono frammentati. I diritti di pubblicità che tutelano l’uso non autorizzato di nome e immagine di una persona sono riconosciuti in diversi stati americani, e il diritto federale consente di agire contro pubblicità ingannevoli o false attestazioni di endorsement. Swift, inoltre, dispone già di numerose registrazioni del marchio sul proprio nome, che le permettono di avviare azioni per contraffazione in caso di uso confusivo da parte di terzi. Sul fronte penale, all’inizio di aprile un uomo dell’Ohio è diventato il primo condannato negli Stati Uniti in base a una nuova legge che criminalizza i deepfake, segnalando un lento ma significativo avanzamento della risposta normativa. A livello legislativo specifico, però, solo il Tennessee ha finora approvato una legge mirata contro le imitazioni vocali generate dall’IA, mentre persino lo strumento di rilevamento dei deepfake di YouTube si applica per ora solo ai volti, non alle voci.

Il tema è globale: da Scarlett Johansson a Tom Hanks, molti volti noti dello spettacolo hanno già denunciato l’uso non autorizzato della propria identità digitale, e anche in Italia il doppiatore Luca Ward ha intrapreso un percorso simile per difendersi dalle clonazioni vocali, con il supporto dello studio MPMLegal. Se la strategia di Swift dovesse superare il vaglio dei giudici americani, potrebbe aprire la strada a un precedente destinato a ridisegnare le regole della proprietà intellettuale nell’era dell’intelligenza artificiale, trasformando la voce umana in un bene tutelabile a tutti gli effetti.

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