C’è una certa ironia nel fatto che uno dei paesi più tecnologicamente avanzati del mondo stia spendendo centinaia di milioni di corone svedesi per riportare i libri di carta nelle scuole. Non libri di testo digitali, non applicazioni educative, non piattaforme di e-learning: libri fisici, carta e penna, scrittura a mano, lettura silenziosa. La Svezia, che per decenni aveva guidato la corsa alla digitalizzazione dell’istruzione come un modello da esportare nel resto d’Europa, ha fatto marcia indietro in modo netto e documentato. E la domanda che si pone il resto del mondo non è tanto se abbia ragione, ma se questa inversione di rotta sia replicabile, e soprattutto se arrivi in tempo.

Offerta

CMF by Nothing Watch Pro 2

Schermo AMOLED da 1.32'', 11 giorni di autonomia, GPS, Chiamate BT

46.28€ invece di 69€
-33%

Il contesto: un sistema scolastico che si presta alla sperimentazione

Per capire perché la Svezia sia arrivata così lontano sulla strada della digitalizzazione, bisogna capire come funziona il suo sistema scolastico. Lo Stato stabilisce linee guida e obiettivi curricolari, ma scuole e comuni godono di una grande autonomia nelle scelte didattiche e organizzative. Questo ha storicamente favorito le sperimentazioni rapide, comprese quelle sul fronte tecnologico, senza la necessità di attendere approvazioni centrali o riforme di sistema. Quando negli anni 2000 l’idea della scuola digitale ha cominciato a diffondersi, la struttura decentralizzata svedese ha permesso che si radicasse velocemente e in profondità.

Già dagli anni 2010 molte scuole avevano adottato un dispositivo per ogni studente, libri di testo digitali, piattaforme online per compiti e verifiche, e avevano introdotto il coding nei programmi ufficiali. Aziende come Microsoft e Google hanno fornito strumenti e infrastrutture, e per un periodo la Svezia è stata vista a livello internazionale come un modello da imitare: classi senza carta, studenti sempre connessi, insegnanti che gestivano tutto via cloud. Una specie di anticipo del futuro dell’istruzione. Il governo aveva persino stabilito che i dispositivi digitali fossero obbligatori nelle scuole materne, affidando alle agenzie nazionali per l’istruzione il compito di definire gli standard tecnologici da adottare.

Il momento in cui qualcosa si è rotto

I risultati, almeno all’inizio, sembravano incoraggianti, o quantomeno non preoccupanti. Ma tra il 2000 e il 2012 i punteggi degli studenti svedesi nei test standardizzati internazionali avevano cominciato a scendere in modo costante in lettura, matematica e scienze. Dopo una parziale ripresa tra il 2012 e il 2018, erano tornati a calare nel 2022. Il test PIRLS, che misura le capacità di lettura degli studenti di quarta elementare a livello internazionale, aveva mostrato che i bambini svedesi erano passati da una media di 555 punti nel 2016 a 544 nel 2021, un calo statisticamente significativo in un arco di tempo relativamente breve.

Non è facile stabilire quanto di questo calo fosse direttamente attribuibile alla digitalizzazione delle classi e quanto ad altri fattori, come la crescente percentuale di studenti con background migratorio o gli effetti della pandemia. Ma gli insegnanti cominciavano a segnalare quello che vedevano ogni giorno in classe: difficoltà crescenti nello sviluppo della scrittura a mano, livelli di attenzione in calo, studenti che faticavano a concentrarsi su un testo più lungo di qualche paragrafo. La ricerca nel frattempo indicava che l’adozione massiva del digitale nelle scuole non era stata guidata da evidenze solide sull’efficacia pedagogica, ma da una visione politica e culturale che aveva preceduto gli studi.

Linda Fälth, ricercatrice in pedagogia all’Università di Linnaeus, ha scritto in una comunicazione alla rivista Undark che la digitalizzazione era avvenuta senza una base scientifica adeguata, e che nel tempo erano emersi segnali preoccupanti di riduzione dell’attenzione sostenuta, calo della lettura profonda ed erosione di competenze fondamentali come la scrittura e il calcolo manuale. Un rapporto preliminare dell’Agenzia nazionale per l’istruzione svedese pubblicato nel maggio 2025 ha evidenziato un aumento delle distrazioni in classe, episodi di cyberbullismo e una mancanza di prove a supporto dell’efficacia dell’esposizione digitale precoce.

La risposta del governo, concreta e documentata

Nel 2023 il governo svedese ha annunciato ufficialmente la svolta. La politica scolastica, come descritto nel documento programmatico pubblicato dal ministero dell’Istruzione nel febbraio 2024, mira a tornare alle basi e a ristabilire un sistema scolastico solido fondato sulla conoscenza, con le classi elementari concentrate su lettura, scrittura e aritmetica. Gli strumenti digitali, si legge nel documento, devono essere introdotti nell’insegnamento solo quando incoraggiano l’apprendimento degli studenti piuttosto che ostacolarlo.

I finanziamenti stanziati dal governo svedese per l’acquisto di libri di testo e guide per insegnanti, secondo i dati pubblicati direttamente dal ministero, ammontano a 685 milioni di corone nel 2023, 658 milioni nel 2024 e 755 milioni nel 2025, con una previsione di 555 milioni annui dal 2026 in poi. A questi si aggiungono 216 milioni di corone nel 2025 e 433 milioni annui dal 2026 per il potenziamento delle biblioteche scolastiche, e 95 milioni di corone destinati all’implementazione del ban degli smartphone nelle scuole dell’obbligo, previsto prima dell’inizio dell’anno scolastico 2026. L’obiettivo dichiarato è che ogni studente abbia un libro di testo fisico per ogni materia.

La scrittura a mano è stata reintrodotta come disciplina obbligatoria nelle classi elementari. Nelle scuole materne il curriculum è stato emendato per specificare che per i bambini sotto i due anni devono essere usati esclusivamente strumenti analogici come libri e materiali tattili, e che per gli altri bambini in età prescolare l’uso di strumenti non analogici deve essere fortemente limitato. Queste modifiche sono entrate in vigore il primo luglio 2025.

Cosa dice la ricerca, e cosa non dice

La decisione svedese ha rilanciato un dibattito scientifico che era già in corso da anni ma che faticava a emergere nel discorso pubblico. Le evidenze disponibili mostrano che la lettura su carta tende a produrre una migliore comprensione dei testi di tipo espositivo, quelli che informano, descrivono o spiegano un argomento in modo logico e fattuale, mentre la differenza rispetto alla lettura su schermo è meno marcata per i testi narrativi. La scrittura a mano sembra favorire la memorizzazione e l’elaborazione concettuale in modo più efficace rispetto alla digitazione, probabilmente perché richiede un processo più lento e riflessivo di selezione e sintesi delle informazioni. Un rapporto dell’OCSE del 2024 ha evidenziato una correlazione negativa tra l’uso ricreativo dei dispositivi digitali a scuola e le performance accademiche degli studenti.

Detto questo, non tutti gli esperti sono convinti che il ritorno ai libri sia la risposta giusta, o almeno la risposta sufficiente. Neil Selwyn, professore di pedagogia all’Università Monash di Melbourne, ha osservato che criticare la tecnologia nelle scuole è diventato un gesto politicamente conveniente, soprattutto per i governi conservatori, e che l’assenza di prove certe sulla superiorità della tecnologia in classe non equivale a una prova della sua dannosità. Isabel Dans, professoressa all’Università di Santiago de Compostela e ricercatrice in didattica digitale, ha aggiunto che siamo in un momento di mezzo, e che non si tratta di scegliere tra tutto e niente: gli strumenti digitali sono utili, ma devono essere combinati con la scrittura a mano e la lettura tradizionale, non sostituirli. La metafora che Dans ha usato è efficace: imparare a usare un monopattino elettrico va bene, ma bisogna sapere camminare prima.

Vale la pena sottolineare che il governo svedese non sta chiedendo il ritorno all’era pre-digitale. Nella dichiarazione inviata alla rivista Undark, il ministero dell’Istruzione e della Ricerca svedese ha specificato che la digitalizzazione è ritenuta fondamentalmente importante e benefica, ma che l’uso degli strumenti digitali nelle scuole deve essere attento e basato sulle evidenze. La parola chiave, come ha scritto Fälth, è ricalibrazione, non inversione.

Come si comportano gli altri, Francia, Germania e Italia

La Svezia non è sola in questa riflessione, ma gli altri grandi paesi europei stanno affrontando la questione in modo molto diverso, e il confronto è istruttivo.

La Francia ha una storia più lunga di interventi normativi sull’uso degli smartphone nelle scuole. Già nel 2018, sotto la presidenza Macron, una legge aveva vietato l’uso dei telefoni nelle scuole elementari e medie, imponendo che restassero spenti negli zaini per tutta la giornata scolastica, ricreazione inclusa. I risultati di questa prima misura sono stati giudicati positivamente dal governo francese, con miglioramenti nella socializzazione tra studenti, nella concentrazione e nella riduzione degli episodi di bullismo, anche se una parte degli studenti eludeva il divieto rifugiandosi nei bagni durante le pause. In risposta, le autorità francesi hanno avviato una sperimentazione in circa cento scuole medie in cui i telefoni vengono fisicamente custoditi in armadietti per l’intera giornata scolastica, la cosiddetta pausa digitale.

I risultati dichiarati dal governo sono stati incoraggianti, e da settembre 2025 la misura è stata estesa alle scuole medie su scala nazionale. Parallelamente, nel 2024 il presidente Macron ha commissionato un rapporto a un gruppo di dieci esperti tra neurologi, psicologi ed esperti di dipendenze digitali. Le conclusioni del rapporto raccomandano che i bambini non abbiano accesso agli smartphone prima degli 11 anni, che non usino internet prima dei 13, e che i social network siano accessibili solo dai 15 anni. L’approccio francese, a differenza di quello svedese, non si concentra tanto sui materiali didattici quanto sulla gestione dei dispositivi personali degli studenti, ma la direzione è la stessa: ridurre la presenza degli schermi nelle vite dei bambini, almeno nelle ore scolastiche.

La Germania presenta un quadro molto diverso. Il sistema scolastico tedesco è strutturalmente federale, con i 16 Länder che mantengono competenza esclusiva in materia di istruzione, e questo ha prodotto un panorama frammentato e disomogeneo. Fino a pochi anni fa la Germania si collocava significativamente al di sotto della media europea nella digitalizzazione scolastica: secondo alcune rilevazioni, circa un quarto degli studenti tedeschi non utilizzava alcuno strumento digitale durante le lezioni. Per affrontare questo ritardo, nel 2019 il governo federale ha varato il DigitalPakt Schule, un programma da 6,5 miliardi di euro per dotare le scuole di infrastrutture digitali, connettività, dispositivi e formazione per gli insegnanti.

Il programma è scaduto nel maggio 2024 e a dicembre 2024 il governo federale e i Länder hanno raggiunto un accordo per il DigitalPakt 2.0, con un investimento complessivo di circa 5 miliardi di euro ripartiti tra governo federale e governi regionali per il periodo 2025-2030. La Germania sta quindi percorrendo una traiettoria opposta a quella svedese: sta cercando di recuperare un ritardo strutturale nella digitalizzazione, non di ridimensionare un eccesso. Il dibattito sull’uso pedagogico degli strumenti digitali esiste anche in Germania, ma è secondario rispetto alla priorità di colmare le carenze infrastrutturali.

L’Italia occupa una posizione intermedia, con caratteristiche proprie. Il Piano Nazionale Scuola Digitale avviato nel 2015 ha accelerato in modo significativo la diffusione degli strumenti digitali nelle classi, con il PNRR che ha successivamente aggiunto investimenti per la connettività e i dispositivi. Secondo i dati dell’Associazione Italiana Editori relativi all’anno scolastico 2024-2025, il 96 per cento dei libri di testo adottati appartiene alla cosiddetta Modalità B, che integra il volume cartaceo con una componente digitale.

Il libro di carta mantiene quindi una centralità didattica, mentre il digitale è complementare. Sul fronte degli smartphone, a partire dall’anno scolastico 2024-2025 il ministero dell’Istruzione ha vietato l’uso dei telefoni nelle scuole dell’infanzia e del primo ciclo, anche per attività didattiche, ma senza imporre una modalità specifica di gestione alle singole scuole, lasciando quindi ampia discrezionalità ai dirigenti scolastici. È una posizione più cauta e meno netta rispetto a quella francese o svedese, che riflette anche la tradizionale difficoltà del sistema italiano nell’attuare riforme uniformi su un territorio molto eterogeneo.

Una lezione per tutti

Il confronto tra questi modelli rivela quanto sia difficile trovare una risposta univoca alla domanda su quanto spazio debba avere la tecnologia nella scuola. La Svezia ha sperimentato troppo in fretta e sta correggendo il tiro con risorse significative e una chiarezza politica non comune. La Francia si concentra sulla gestione dei dispositivi personali più che sui materiali didattici. La Germania sta ancora cercando di dotarsi delle infrastrutture di base. L’Italia naviga in modo ibrido tra carta e schermo, senza una posizione definita sul dove si vuole arrivare.

Quello che accomuna queste esperienze è la consapevolezza crescente che la tecnologia in classe non è neutra, e che il modo in cui viene introdotta, a quale età e con quale accompagnamento pedagogico, determina se diventa uno strumento di apprendimento o una fonte di distrazione. La Svezia ha il merito di aver detto ad alta voce qualcosa che molti sapevano ma faticavano ad ammettere: che avere investito tanto in un’idea non significa che quell’idea fosse giusta. E che tornare sui propri passi, quando i dati lo indicano, non è debolezza ma responsabilità.

Forse la lezione più importante che questa vicenda offre al resto del mondo non riguarda i libri di carta o i tablet, ma qualcosa di più elementare: che nell’educazione, forse più che in qualsiasi altro campo, la velocità dell’innovazione non è necessariamente una virtù.

I nostri contenuti da non perdere: